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Quanto guadagna una calciatrice di Serie A?

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Dai minimi salariali alle tutele previdenziali, passando per le realtà economica dei vari club femminili: ecco l'economia che c'è dietro

Si parla spesso di rivoluzione, ma nel calcio femminile italiano il cambiamento ha una data precisa: 1° luglio 2022. È stato quello il momento in cui le atlete della massima serie hanno ufficialmente smesso di essere considerate "dilettanti" e hanno abbracciato lo status di professioniste. Ma, numeri alla mano, cosa è cambiato davvero nel portafoglio di chi scende in campo ogni domenica? Capire lo stipendio di una calciatrice di Serie A oggi richiede un’analisi che va oltre la semplice cifra sul contratto, toccando temi come contributi previdenziali, tutele sanitarie e diritti d'immagine.

L'interesse mediatico e del pubblico attorno a questo movimento è in costante ascesa, un fenomeno che si traduce in una copertura giornalistica e statistica sempre più capillare. Questa evoluzione si riflette anche nella precisione con cui vengono elaborate le analisi sulle scommesse Serie A su siti come Marathonbet, Snai, Eurobet o Bet365, dove i dati sulle prestazioni e sullo stato di forma delle atlete permettono di inquadrare il valore reale delle squadre in campo. Per un approfondimento normativo sui regolamenti che governano il lavoro sportivo in Italia, il portale della FIGC offre tutta la documentazione ufficiale relativa alla Divisione Serie A Femminile Professionistica.

Il minimo salariale: la base del professionismo

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Prima del 2022, le calciatrici potevano percepire solo rimborsi spese o accordi economici che non potevano superare determinate soglie, pena la perdita dello status dilettantistico. Con il professionismo, la musica è cambiata. Esiste oggi un contratto collettivo che stabilisce dei minimi salariali garantiti, divisi per fasce d'età e anzianità di servizio.

Attualmente, per una calciatrice che ha compiuto i 24 anni (la cosiddetta fascia "over"), la retribuzione minima lorda annua si aggira intorno ai 26.000 euro. Se scendiamo alla fascia d'età tra i 19 e i 23 anni, la cifra scende leggermente, posizionandosi sopra i 20.000 euro lordi. Non stiamo parlando di cifre astronomiche, certo, ma la vera novità non è il netto in busta paga: è la pensione. Per la prima volta, i club sono obbligati a versare i contributi previdenziali e a garantire l'assicurazione contro gli infortuni e la tutela della maternità.

Le stelle del campionato: oltre il minimo garantito

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Se i minimi salariali rappresentano la rete di sicurezza per tutte, le top player della Serie A viaggiano su binari differenti. Club come Juventus, Roma, Inter e Milan hanno alzato l'asticella, offrendo stipendi che per le calciatrici più rappresentative della Nazionale, come Elena Linari, Manuela Giugliano o Martina Rosucci, possono superare agevolmente i 50.000 o 60.000 euro lordi, arrivando in alcuni casi d'eccellenza a sfiorare i 100.000 euro annui grazie a bonus e premi di rendimento.

Tuttavia, bisogna essere onesti: il gap con i colleghi maschi resta un abisso. Se in Serie A maschile lo stipendio medio è di circa 1 milione di euro, nel femminile la media reale si attesta ancora su cifre molto più contenute. Il motivo è puramente economico: i ricavi da diritti TV e sponsorizzazioni sono ancora in una fase di crescita iniziale e non permettono, per ora, una redistribuzione della ricchezza paragonabile al comparto maschile.

Diritti d'immagine e sponsorizzazioni personali

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Per le calciatrici più iconiche, la voce "stipendio" è solo una parte dell'entrata complessiva. Con l'esplosione dei social media e della visibilità televisiva, molte atlete sono diventate vere e proprie testimonial di brand sportivi, cosmetici o tecnologici.

  • Sponsor tecnici: Contratti con marchi come Nike, Adidas o Puma per l'utilizzo degli scarpini.
  • Social Partnership: Post sponsorizzati su Instagram o TikTok che possono valere diverse migliaia di euro l'uno.
  • Image Rights: Accordi specifici con il club per l'utilizzo commerciale della propria immagine.
  • Queste entrate "extra-campo" sono fondamentali perché permettono alle atlete di élite di raggiungere un tenore di vita realmente paragonabile a quello di altri professionisti di alto livello, sopperendo a una parte fissa che, sebbene dignitosa, resta lontana dai fatturati dei grandi campioni.

    La sfida della sostenibilità per i piccoli club

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    C'è però un rovescio della medaglia. Se per le grandi proprietà (spesso collegate ai club maschili) sostenere i costi del professionismo è possibile, per le realtà indipendenti o più piccole è una sfida quotidiana. Versare contributi, garantire staff medici di alto livello e strutture adeguate richiede investimenti che non sempre sono coperti dagli incassi.

    Il rischio, che il movimento sta cercando di monitorare, è una polarizzazione eccessiva del campionato: da un lato pochi club ricchissimi che attirano le migliori calciatrici, dall'altro squadre che faticano a rispettare i parametri economici richiesti. La crescita dello stipendio di una calciatrice di Serie A passa necessariamente da un aumento della competitività media e da una gestione oculata dei costi da parte della Lega.

    In conclusione, il calcio femminile italiano ha smesso di essere un passatempo per diventare un lavoro a tutti gli effetti. La strada verso la parità economica è ancora lunga e tortuosa, ma il primo passo, quello della dignità lavorativa e previdenziale, è stato finalmente compiuto.