Franco Baresi non è stato soltanto il capitano del Milan più vincente della storia. È stato uno dei modi attraverso cui il Milan ha raccontato se stesso.

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riflessioni di Alessandro Garotta -

Ci sono persone che riescono a diventare parte della nostra vita senza averne mai fatto davvero parte. Non perché ci abbiano mai parlato, non perché abbiano condiviso con noi un momento privato, non perché abbiano conosciuto il nostro nome. Entrano nella nostra storia in un altro modo: attraverso quello che rappresentano. Diventano simboli, immagini, riferimenti. Diventano il volto di qualcosa che esisteva prima di loro e che, grazie a loro, continuerà a esistere anche dopo.

La morte di Franco Baresi lascia sensazioni profonde

Per un milanista non serviva pronunciare il suo nome. Bastava dire "il Capitano". Un articolo e una parola apparentemente semplici, ma capaci di contenere una storia intera. È un privilegio riservato a pochissimi nella storia dello sport: quando il ruolo diventa più forte del nome, quando una definizione smette di essere soltanto un titolo e diventa un'identità collettiva. "Il Capitano" non era semplicemente il modo in cui veniva chiamato Franco Baresi. Era il modo in cui veniva riconosciuto. E forse la vera grandezza di Baresi sta proprio qui: non soltanto in quello che ha vinto, ma in quello che ha lasciato. Rileggendo i ricordi dei suoi compagni dopo la sua morte, colpisce un dettaglio. Quasi nessuno sente il bisogno di spiegare quanto fosse forte. Non serve. La storia lo ha già stabilito. Le sue prestazioni, i suoi trofei, il modo rivoluzionario con cui interpretava il ruolo di libero appartengono alla memoria collettiva del calcio. Chi lo ha conosciuto, però, sceglie quasi sempre di raccontare altro. Racconta l'uomo. Racconta il compagno. Racconta il punto di riferimento.
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Le parole di Pietro Paolo Virdis hanno colpito. Nel suo ricordo emerge l'immagine di un uomo che rappresentava "la passione, la morale, l'ideale". Una persona per cui la maglia non era qualcosa da indossare, ma qualcosa da vivere. Una maglia che diventava pelle. È un concetto che oggi ha un peso ancora maggiore perché arriva in un calcio completamente diverso. Un calcio nel quale cambiare squadra, città, campionato e obiettivo è diventato parte naturale della carriera di un calciatore. Non c'è nulla di sbagliato: è semplicemente l'evoluzione dello sport moderno. Ma proprio per questo figure come Baresi sembrano appartenere a un'altra epoca. A un tempo in cui scegliere una maglia significava scegliere una storia. A un tempo in cui restare non significava rinunciare a qualcosa, ma costruire qualcosa. Baresi ha trascorso tutta la sua carriera nel Milan, ma ridurre la sua grandezza a una statistica sarebbe quasi un errore. Non sono i vent'anni in rossonero a renderlo speciale. È il modo in cui è riuscito a fondersi con l'identità del club. Forse, davanti a tutte le parole scritte oggi per lui, avrebbe fatto quello che ha sempre fatto: avrebbe abbassato lo sguardo, con quella riservatezza che lo ha accompagnato per tutta la vita. Perché anche questo era Franco Baresi.

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