Il derby della Madunina di Giuanin: un uomo che lega in maniera forte le memorie sia dei tifosi del Milan che di quelli dell'Inter

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Lo chiamavano “Giuanin”. Il vezzeggiativo tipicamente milanese con il quale il mondo del calcio ha affettuosamente etichettato Giovanni Trapattoni lega i ricordi di diverse generazioni di tifosi. Sia interisti che milanisti. Entrambe le sponde dei Navigli serbano un bellissimo ricordo del Trap. Un uomo che ha attraversato epoche differenti, vivendo da protagonista alcune delle pagine più significative della storia del calcio italiano.

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Il Giuanin rossonero: alla scuola del "Paron"

Cresciuto nel vivaio del Milan e lanciato in prima squadra da Gipo Viani, Trapattoni ha legato buona parte della propria carriera da calciatore al Milan del “Paron”, Nereo Rocco. Dal leggendario allenatore friulano ha appreso l’importanza del gruppo, della solidità difensiva e dell’equilibrio tattico. Principi che, negli anni successivi, avrebbero rappresentato alcuni dei capisaldi della sua filosofia calcistica. Un mediano di rottura, il Giuanin. Di quelli che non concedevano tregua agli avversari, capaci di recuperare palloni e rilanciare immediatamente l’azione. Un autentico uomo di fatica, prezioso negli equilibri di una formazione che poteva contare su fuoriclasse del calibro di Gianni Rivera e José Altafini. Nel 1963, a Wembley, il Milan conquista la prima Coppa dei Campioni della propria storia, superando per 2-1 il Benfica di Eusébio. Una partita entrata nella leggenda, nella quale Trapattoni svolge un ruolo fondamentale. Dopo essersi inizialmente occupato di Benítez, il mediano rossonero viene dirottato sul fuoriclasse portoghese, limitandone considerevolmente il raggio d’azione. Una marcatura asfissiante che contribuisce alla rimonta milanista, concretizzatasi con la doppietta di Altafini. Ma il Giuanin ha avuto anche l’onore di fronteggiare un certo Pelé, quando la “Perla Nera” faceva impazzire il mondo. Accade nella Coppa Intercontinentale del 1963, quando il Milan affronta il Santos in una sfida destinata a entrare nella storia. Nella gara d’andata, disputata a San Siro, Trapattoni trova persino la via del gol nel successo rossonero per 4-2. I brasiliani, tuttavia, ribaltano la situazione in Sudamerica, aggiudicandosi il trofeo dopo uno spareggio. Le soddisfazioni internazionali non finiscono qui. Nel 1968 arriva la Coppa delle Coppe, conquistata contro l’Amburgo. L’anno successivo, ecco il secondo trionfo nella massima competizione europea, grazie al 4-1 rifilato all’Ajax di Cruijff nella finale di Madrid. A completare il quadro, la Coppa Intercontinentale del 1969, conquistata dal Milan contro l’Estudiantes.
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Con la maglia rossonera, Trapattoni vanta un palmarès di tutto rispetto: due scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe e una Coppa Italia. Un bottino che in pochi ricordano, perché quando si parla di Giovanni Trapattoni è impossibile non pensare ai tanti successi da allenatore, soprattutto nella Juventus di Platini e dell’Avvocato Agnelli.

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AC Milan team group: (back row, l-r) Cesare Maldini, Victor Benitez, Gianni Rivera, Jose Altafini, Bruno Mora, Gino Pivatelli; (front row, l-r) Giorgio Ghezzi, Mario Trebbi, Mario David, Giovanni Trapattoni, Dino Sani (Photo by PA Images via Getty Images)

DALLA PANCHINA ROSSONERA ALLA LEGGENDA BIANCONERA

Appese le scarpette al chiodo, dopo aver concluso la carriera da calciatore nel Varese, Trapattoni torna al Milan per intraprendere quella di allenatore. Prima nel settore giovanile, poi con alcune brevi esperienze alla guida della prima squadra. Nel 1976 ecco che si accomoda sulla panchina della Vecchia Signora. E lì inizia una vendemmiata di successi che lo fanno entrare di pieno diritto nella leggenda. Sei scudetti, due Coppe Italia e una serie di trionfi internazionali che proiettano la Juventus ai vertici del calcio europeo e mondiale.

È la consacrazione definitiva del Trap. Un allenatore capace di coniugare pragmatismo, disciplina tattica e valorizzazione delle individualità. Un calcio nel quale la solidità difensiva rappresenta un punto di partenza, ma che non rinuncia alla qualità e alla fantasia dei grandi interpreti.

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L'Inter dei record: il Trap torna a Milano

Finito il ciclo in bianconero negli anni Ottanta, ecco che approda alla corte dell’Inter di Ernesto Pellegrini, nell’estate 1986. Obiettivo: rilanciare il Biscione nerazzurro, da troppi anni incapace di riprendersi lo scettro di campione d’Italia. Lo fa alla sua maniera. Dopo due stagioni di assestamento, l’Inter del 1988-89 viene ribattezzata quella dei record: 58 punti conquistati, frutto di 26 vittorie, 6 pareggi e sole 2 sconfitte. Una macchina da guerra e da gol che ha nei panzer tedeschi Lothar Matthäus e Andreas Brehme le sue punte di diamante. Una squadra solida, concreta, capace di colpire gli avversari sfruttando le accelerazioni dei propri interpreti. In attacco, Aldo Serena vive una stagione straordinaria, laureandosi capocannoniere del campionato con 22 reti. Epiche le sfide di quegli anni non solo con il Napoli di Maradona, ma anche con il Milan degli olandesi e di Arrigo Sacchi. E proprio il confronto con il tecnico di Fusignano diventa uno degli argomenti più dibattuti nel panorama calcistico nazionale.

Trapattoni contro Sacchi: due filosofie a confronto

All’ombra della Madunina tenevano banco i discorsi basati sul confronto fra il pragmatismo di stampo tipicamente trapattoniano e l’organizzazione tattica perfezionista di sacchiana memoria. Due modi differenti di interpretare il calcio. Da una parte il Trap, fautore di un’impostazione fondata sull’equilibrio, sulla capacità di leggere le partite e di adattarsi alle caratteristiche degli avversari. Dall’altra Sacchi, artefice di una rivoluzione tattica basata sul pressing collettivo, sulla difesa a zona e sulla ricerca di movimenti sincronizzati. Il Milan degli olandesi cercava di imporre il proprio gioco attraverso un’organizzazione collettiva quasi maniacale. L’Inter del Trap privilegiava invece la capacità di controllare le diverse fasi dell’incontro, sfruttando le qualità individuali e le ripartenze. Non era, tuttavia, una semplice contrapposizione fra calcio offensivo e difensivo. Sarebbe riduttivo interpretarla in questi termini. Entrambe le formazioni disponevano di interpreti straordinari ed erano capaci di esprimere un calcio efficace, seppure attraverso principi differenti. Sacchi puntava sull’organizzazione degli spazi, sul movimento senza palla e sulla capacità della squadra di accorciarsi e allungarsi come un unico organismo. Trapattoni affidava invece grande importanza alla lettura delle situazioni, alle marcature e alla possibilità di modificare l’atteggiamento tattico in funzione dell’avversario.

Due filosofie che alimentavano discussioni interminabili fra gli appassionati. Il derby diventava così qualcosa di più di una semplice questione di supremazia cittadina: rappresentava il confronto fra due concezioni del calcio, entrambe capaci di conquistare trofei e lasciare un’impronta indelebile.

Nereo Rocco
Italian former football player Nereo Rocco (1912 - 1979), manager of AC Milan, in the UK for the semi-finals of the UEFA Cup, 4th April 1972. (Photo by Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images)

Dal Milan di Rocco all'Inter dei record: il derby di Giuanin

Per Trapattoni, tuttavia, la stracittadina milanese aveva un significato ancora più particolare. Da calciatore aveva indossato la maglia rossonera, vivendo le sfide contro la Grande Inter di Helenio Herrera. Da allenatore si era ritrovato sull’altra sponda dei Navigli, chiamato a contrastare proprio quel Milan del quale aveva contribuito a scrivere pagine importanti. Dal calcio di Rocco e Herrera a quello di Sacchi, passando per le grandi rivalità degli anni Sessanta e Ottanta. Un percorso che racconta non soltanto la carriera di un uomo, ma anche l’evoluzione di un intero movimento calcistico. Altro calcio, altri tempi. Ma il ricordo di ciò che è stato Giovanni Trapattoni resta indelebile. Sia nei cuori rossoneri che in quelli nerazzurri. Cambiano i protagonisti, passano le generazioni, mutano le filosofie calcistiche. Ma il derby di Milano continua a custodire la memoria di chi ne ha scritto la storia. E fra questi c’è un uomo che, prima di diventare il Trap per il mondo intero, per Milano era semplicemente Giuanin.

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