Diawara e l'eredita la 13 del Milan: da Coco a Kaladze, fino a Nesta e Romagnoli, storia di un numero diventato simbolo

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Tra i tanti dettagli che accompagnano l’arrivo di un nuovo calciatore c’è anche la scelta del numero di maglia. Un elemento apparentemente secondario, ma spesso capace di riportare alla mente ricordi, curiosità e inevitabili paragoni con chi lo ha indossato in passato.

Dopo Mario Gila e la sua 34, passiamo a Sankhoun Diawara, uno dei nuovi volti del Milan 2026/27. Il difensore francese ha scelto la maglia numero 13, raccogliendo un’eredità decisamente più pesante rispetto a quella del compagno spagnolo.

Perché, se la 34 ha avuto pochi proprietari realmente identificabili, la 13 è stata indossata per un intero decennio da Alessandro Nesta e successivamente per ben 7 anni da Alessio Romagnoli, diventato anche capitano del Milan. Fino a inizio 2000, però, la storia del numero era molto più frammentata.

Sankhoun Diawara Milan

Prima dei numeri fissi: la 13 era soprattutto la maglia della prima riserva di movimento

Prima della stagione 1995/96 i numeri non erano personali. I titolari indossavano generalmente quelli dall’1 all’11, mentre ai giocatori inizialmente in panchina venivano assegnati quelli successivi. La 13, quindi, non identificava un calciatore preciso e poteva passare di settimana in settimana da un componente della rosa all'altro.

Per questo, scorrendo gli archivi, è possibile trovare presenze con quella maglia fatte registrare da alcuni dei nomi più importanti della storia rossonera: Franco Baresi, Paolo Maldini, Carlo Ancelotti, Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta, Filippo Galli e Daniele Massaro, solo per citarne alcuni.

Più che veri predecessori di Diawara, però, si tratta di apparizioni legate a un calcio nel quale il numero aveva un significato completamente diverso. La storia moderna della 13 comincia nel 1995.

Francesco Coco: il primo vero proprietario

Con l’introduzione dei numeri fissi, il primo giocatore ad appropriarsi stabilmente della 13 è Francesco Coco. Cresciuto nel settore giovanile rossonero, debutta in Serie A nell'agosto 1995. Nelle prime due stagioni, però, viene utilizzato soprattutto come alternativa a Paolo Maldini, contribuendo dalla panchina alla vittoria dello Scudetto nel 1996.

La sua esperienza al Milan, però, è tutt'altro che lineare. Nel 1997 passa in prestito al Vicenza. Tornato in rossonero, nel novembre 1998 si infortuna al ginocchio durante il derby. Un problema che gli chiude anzitempo la stagione. Dopo un altro prestito al Torino, torna ancora una volta a Milano e nella stagione 2000/01 trova finalmente continuità, conquistando il posto da titolare e chiudendo l’annata con 44 presenze, 4 gol e 4 assist.

Nell'estate 2001 arriva poi il prestito al Barcellona, dove colleziona 33 presenze complessive senza però essere riscattato. Ed è proprio al ritorno in Italia che la sua storia entra indirettamente in quella del Milan. Nel 2002 Coco viene infatti ceduto all'Inter in cambio di Clarence Seedorf. Un’operazione che, col senno di poi, assume un peso enorme, visto che l’olandese diventerà uno dei simboli del grande Milan di Carlo Ancelotti.

La carriera di Coco, invece, sarà progressivamente condizionata da prestiti e infortuni, fino al ritiro arrivato a soli trent’anni.

Verdetto della 13: buon inizio, ma il contributo più importante arriverà con il suo addio.

Ibrahim Ba: il numero cambia ruolo

Nel 1997/98 la numero 13 passa a Ibrahim Ba, arrivato dal Bordeaux dopo essersi messo in mostra in Francia e aver già debuttato con la Nazionale. Esterno destro rapido e tecnico, si presenta a Milano con aspettative elevate e vive una prima stagione abbastanza intensa, anche se inserita in un’annata complicata per tutto il Milan.

Anche la sua esperienza rossonera, però, sarà tutt'altro che lineare. Ba resta legato al club fino al 2003, ma in mezzo vive anche due prestiti, prima al Perugia e poi al Marsiglia. Torna quindi ancora a Milano e fa parte della rosa che nel 2002/03 conquista Champions League e Coppa Italia, pur con un ruolo ormai marginale e appena cinque presenze complessive in stagione. In precedenza aveva già festeggiato anche lo Scudetto 1999.

Lasciato il Milan nel 2003, con un totale di 56 presenze e un gol, prosegue tra Bolton, Çaykur Rizespor e Djurgården, prima di tornare clamorosamente in rossonero nel 2007. Il come back, però, non vede presenze, ma solamente il ritiro a fine stagione.

Verdetto della 13: più importante del ricordo che ha lasciato, ma mai davvero un padrone del numero.

Maini e Iannuzzi: due parentesi di passaggio

Durante il prestito di Ba al Perugia nella stagione 1998/99, il numero finisce prima sulle spalle di Giampiero Maini e poi di Alessandro Iannuzzi.

Maini, centrocampista romano, arriva al Milan reduce da due ottime stagioni al Vicenza, con cui aveva vinto la Coppa Italia nel 1997, segnando anche nella finale di ritorno contro il Napoli. I rossoneri lo acquistano nel 1997 per circa 6 miliardi di lire e nella prima stagione trova discreto spazio, con 31 presenze e un gol contando tutte le competizioni, ma indossando la maglia numero 19. Nell'annata successiva passa al 13, ma il suo ruolo si riduce drasticamente e, dopo una sola apparizione in campionato, a gennaio passa al Bologna.

In Emilia si farà ricordare soprattutto per la rissa nella quale fu coinvolto durante la semifinale di ritorno di Coppa UEFA contro l’Olympique Marsiglia, per la quale rimediò quattro turni di squalifica. La carriera di Maini proseguirà prima tra Serie A e B con Parma, Venezia e Ancona, e poi nelle categorie inferiori con Arezzo, Fabriano e Boreale.

Dopo il ritiro resterà nel mondo del calcio soprattutto a livello giovanile, lavorando anche nei vivai di Roma e Olbia. Dal 2024, invece, cambia ambito e si dedica alla radio, diventando una delle voci di Radio Manà Manà.

Decisamente più particolare la storia di Alessandro Iannuzzi, anche se si intreccerà più volte con quella di Maini. Cresciuto nel settore giovanile della Lazio, dove vinse il Campionato Primavera nel 1995 grazie a una sua punizione nella finale contro il Perugia. Promosso in prima squadra, mostra subito le sue doti segnando su punizione contro il Torino. La stagione successiva passa in prestito al Vicenza, proprio come il futuro predecessore della 13 al Milan, e diventa parte della squadra che conquista la Coppa Italia, andando anche lui a segno nella stessa finale di ritorno contro il Napoli.

Dopo una breve esperienza al Lecce, nel gennaio 1999 firma con i rossoneri, prendendo la casacca lasciata libera dall’ex compagno di squadra, ma non riuscirà mai a disputare una partita ufficiale con la prima squadra rossonera, nonostante fino ad allora il suo percorso fosse stato piuttosto promettente. Nel periodo di proprietà del club meneghino viene infatti girato in prestito prima alla Reggina e poi al Monza. La sua carriera proseguirà poi soprattutto tra Serie B e Serie C, passando tra le altre da Messina, Perugia e Pescara, prima di tornare verso casa e scendere ancora di categoria tra Serie D, Eccellenza e Promozione laziale.

Nel settembre 2012 inizia la carriera da allenatore nelle giovanili della Lazio, scalando dai Giovanissimi Provinciali fino all’U18. Nell’estate 2025 è poi entrato nello staff della Primavera del Guidonia Montecelio come vice di Tommaso Rocchi.

Verdetto della 13: comparse.

Taribo West: quattro presenze, un gol e una vita fuori dagli schemi

Tra i proprietari più curiosi della numero 13 c’è sicuramente Taribo West, difensore nigeriano diventato a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo uno dei giocatori più riconoscibili anche per le sue celebri acconciature.

Prima di arrivare al Milan aveva già costruito un curriculum di alto livello. Con l’Auxerre aveva vinto nel 1995/96 sia il campionato francese sia la coppa nazionale, mentre con l’Inter aveva conquistato la Coppa UEFA nel 1998, segnando anche il gol decisivo ai supplementari contro lo Schalke 04 nei quarti di finale.

Nel mercato invernale del 2000 cambia sponda della città e passa al Milan. L’esordio rossonero arriva il 24 marzo contro la Juventus, entrando nel recupero al posto di Shevchenko nella vittoria per 2-0. La sua esperienza dura però pochissimo: appena quattro presenze ufficiali, condite comunque da un gol, segnato il 14 maggio nel 4-0 contro l’Udinese.

Pochi mesi dopo il passaggio al Milan lascia nuovamente la città e si trasferisce in prestito al Derby County, dove contribuisce alla salvezza del club inglese. La sua carriera proseguirà in giro per il mondo tra Kaiserslautern, Partizan, Al-Arabi, Plymouth e altre esperienze. Con la Nigeria chiuderà con 42 presenze, partecipando a due Mondiali e vincendo anche l’oro olimpico ad Atlanta 1996.

Fuori dal campo, però, West fu uno dei personaggi più particolari e imprevedibili dell’epoca. Profondamente religioso, durante la carriera raccontò di aver attraversato una vera svolta spirituale dopo una visita della sorella, evangelista, che lo spinse ad abbandonare superstizioni e rituali che lui stesso ammise di aver praticato prima delle partite. Da lì la fede diventò sempre più centrale nella sua vita.

Il rapporto con la religione era talmente forte da entrare anche nella quotidianità calcistica: secondo diversi racconti, non erano rare lunghe preghiere prima di allenamenti, cene o ritiri, e West arrivò a organizzare veri incontri evangelici mentre era ancora giocatore. Dopo il ritiro trasformò definitivamente questa vocazione in una nuova vita, diventando pastore e fondando nel 2014 a Lagos la Shelter in the Storm Miracle Ministries of All Nations.

Verdetto della 13: personaggio eccentrico e impossibile da dimenticare, anche se al Milan è stato poco più che una meteora.

Julio Cesar: una comparsa prima di Kaladze

Nella stagione 2000/01 la numero 13 passa al brasiliano Júlio César Santos Correa. Il difensore centrale, con un importante passato alle spalle tra Real Valladolid e Real Madrid, era un giocatore presente anche nel giro della Nazionale brasiliana.

L’esperienza rossonera, però, è molto breve. Cesar arriva a Milano nell'ottobre del 2000 dai blancos, con cui pochi mesi prima aveva conquistato la Champions League. Nel Diavolo, però, trova pochissimo spazio, chiudendo la parentesi dopo una sola stagione con appena cinque presenze ufficiali, tre delle quali da titolare. Troppo poco per incidere davvero o per legare il proprio nome alla maglia numero 13.

Dopo il Milan continuerà a viaggiare molto, vestendo tra le altre le maglie di Real Sociedad, Benfica e Olympiacos, prima di spostarsi negli USA e poi chiudere la carriera in Brasile. Insomma, un buon giocatore, ma che con la maglia rossonera non lascia grandi ricordi. Il numero 13, però, sta per trovare un proprietario decisamente più importante.

Verdetto della 13: una brevissima apparizione.

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UDINE, ITALY - SEPTEMBER 23: (L to R) Antonio Floro Flores of Udinese arguing with Kakha Kaladze of AC Milan during the serie A match between Udinese Calcio and AC Milan at Stadio Friuli on September 23, 2009 in Udine, Italy. (Photo by Dino Panato/Getty Images)

Kaladze: ora la 13 comincia a pesare

Nel gennaio 2001 al Milan sbarca Kakhaber “Kakha” Kaladze, acquistato dalla Dinamo Kiev dopo essersi già imposto come uno dei migliori talenti del calcio georgiano. Giocatore estremamente duttile, poteva agire da difensore centrale, terzino sinistro e all’occorrenza anche più avanti sulla fascia, caratteristica che lo renderà particolarmente prezioso nel Milan dei primi anni Duemila.

Kaladze indossa la numero 13 nella prima fase della sua esperienza rossonera, prima di cambiare maglia (cedendola a un certo Alessandro Nesta di cui a breve parleremo), ma il suo percorso al Milan sarà tutt'altro che passeggero. Resterà infatti fino al 2010, collezionando 194 presenze in Serie A e 12 gol, diventando uno degli uomini di fiducia prima di Fatih Terim e poi soprattutto di Carlo Ancelotti.

Con il Milan vive alcuni degli anni più vincenti della storia recente del club e conquista: due Champions League (2003 e 2007), lo Scudetto 2003/04, una Coppa Italia (2003), una Supercoppa Italiana (2004), due Supercoppe UEFA (2003 e 2007) e Mondiale per Club (2007). In parallelo diventa anche una figura centrale della Nazionale georgiana, della quale sarà a lungo capitano, chiudendo la carriera internazionale con oltre 84 presenze (di cui 50 con la fascia al braccio) e una rete.

La 13, quindi, non diventerà mai davvero “la sua” maglia. Kaladze viene ricordato soprattutto con la numero 4 sulle spalle. Con lui, però, la 13 comincia ad associarsi a un giocatore di spessore internazionale, destinato a lasciare una traccia importante in rossonero. Dopo l’addio al Milan chiuderà la carriera al Genoa (riprendendosi il 13), prima di intraprendere una lunga carriera politica in Georgia, che lo porterà prima a diventare Ministro dell'Energia e delle Risorse Naturali (dal 2012 al 2017) e poi a diventare sindaco di Tbilisi (ruolo che ricopre tuttora da quasi dieci anni).

Verdetto della 13: primo degno erede.

Alessandro Nesta: quando la 13 diventa un simbolo

Poi arriva Alessandro Nesta e il significato della maglia cambia completamente. Nell'estate del 2002 il Milan acquista dalla Lazio uno dei migliori difensori al mondo. Nesta sceglie la numero 13 e finisce per trasformarla in un elemento quasi inseparabile dalla propria immagine.

La indosserà per dieci stagioni, diventando uno dei pilastri del Milan di Carlo Ancelotti e successivamente anche della squadra di Massimiliano Allegri. Con i rossoneri colleziona 326 presenze ufficiali e 10 gol, costruendo un palmarès straordinario fatto, tra le altre cose, di due Champions League e due Scudetti.

Il legame con quel numero, in realtà, nasce molto prima di Milano. Nesta raccontò infatti di aver scelto la 13 già da ragazzino, semplicemente perché era rimasta libera e nessuno la voleva. Da allora non l’ha più abbandonata, trasformandola lentamente in un vero marchio personale.

Il suo percorso milanista non è però privo di ostacoli. Dopo essere stato tra i protagonisti dello storico trionfo nella finale di Champions League di Manchester, vinta ai rigori contro la Juventus nel derby tutto italiano, il centrale romano vive poi uno dei momenti più difficili della sua esperienza rossonera. Nella stagione 2006/07 un serio infortunio alla spalla lo costringe a saltare gran parte dell’annata e ad affrontare una lunga riabilitazione a Miami. Nesta riesce però a rientrare nella primavera del 2007, proprio nel momento decisivo della stagione.

Il difensore torna così a disposizione di Ancelotti per la parte finale della cavalcata europea e contribuisce alla conquista della Champions League di Atene, vinta 2-1 contro il Liverpool e diventata la grande rivincita della finale persa due anni prima a Istanbul.

Anche questo episodio contribuisce a rafforzare ulteriormente il legame tra Nesta e quel numero. Infortuni, ritorni, finali europee, Scudetti: per un intero decennio la 13 del Milan diventa semplicemente la maglia di Alessandro Nesta.

A rendere ancora più iconico il personaggio c’è poi il suo stile di gioco: elegante, pulito nell'anticipo, tecnicamente raffinato e quasi mai scomposto. Un difensore capace di unire fisicità e classe, tanto da essere inserito nel FIFA 100 e da chiudere al quinto posto nella classifica del Pallone d’Oro 2000.

Dopo l’addio al Milan nel 2012, Nesta prosegue ancora per qualche stagione lontano dall'Europa (tra Montréal Impact e Chennaiyin), prima di chiudere definitivamente la carriera da calciatore. Da lì inizia quella in panchina: prima Miami FC, poi Perugia, Frosinone, Reggiana e Monza. Dopo l’esperienza in Brianza (dove esordisce in panchina in Serie A) quest’estate è tornato ad allenare, accettando la guida dell’Avellino in Serie B.

Verdetto della 13: ICONICO. Con Nesta il numero finalmente trova il suo padrone.

Nesta Ancelotti
CARNAGO, ITALY - MAY 16: Carlo Ancelotti talks with Alessandro Nesta during a training session ahead of next week's UEFA Champions League Final against Liverpool during the AC Milan Media Day at Milanello on May 16, 2007 in Carnago, Italy. (Photo Giuseppe Cacace/Getty Images)

Francesco Acerbi: il Milan come tappa prima della consacrazione

Quando Nesta lascia il Milan nell'estate del 2012, il primo a scegliere la sua maglia è Francesco Acerbi. Una decisione inevitabilmente pesante. In più, il centrale lombardo arriva in una squadra che sta cambiando profondamente pelle dopo oltre due decenni di successi. Acerbi arriva dopo tanta gavetta tra Pavia, Renate e Reggina e una buona stagione al Chievo, con cui si mette in mostra in Serie A. A Milano, però, non riesce mai a trovare continuità. Acerbi chiude infatti la parentesi rossonera con appena 10 presenze ufficiali e già nel gennaio 2013 lascia il club.

La sua carriera prende una direzione completamente diversa poco dopo. Nell'estate dello stesso anno passa al Sassuolo e, durante le visite mediche, gli viene diagnosticato un tumore al testicolo. Dopo l’operazione riesce a tornare in campo, ma una successiva recidiva lo costringe ad affrontare anche la chemioterapia. Superato quel momento, Acerbi riparte e costruisce una seconda parte di carriera di altissimo livello.

Prima diventa un punto fermo del Sassuolo, poi si consacra con Lazio e Inter, entrando stabilmente anche nel giro della Nazionale italiana. Con l’Italia conquista l’Europeo 2021, mentre a livello di club aggiunge due Scudetti, tre Coppe Italia e tre Supercoppe Italiane, arrivando a giocare due finali di Champions League (entrambe perse con i nerazzurri). Proprio lo scorso giugno, dopo la vittoria dell’ultimo campionato, Acerbi ha lasciato l’Inter e al momento risulta svincolato.

Riletta oggi, quindi, la sua breve esperienza con la 13 del Milan appare quasi come un capitolo introduttivo di una carriera destinata a diventare molto più importante, sempre a San Siro, ma con altri colori.

Verdetto della 13: troppo pesante in quel momento, il vero Acerbi sarebbe arrivato solo dopo.

Adil Rami: una buona parentesi negli anni difficili

Nel gennaio 2014 la numero 13 passa ad Adil Rami, arrivato dal Valencia dopo mesi complicati in Spagna e un rapporto ormai deteriorato con il club. Il Milan lo prende inizialmente in prestito. Il francese si inserisce subito in una squadra lontana dai fasti del decennio precedente. Nonostante il contesto complicato, riesce rapidamente a ritagliarsi uno spazio importante.

Difensore fisico, aggressivo e forte nel gioco aereo, Rami porta esperienza internazionale e personalità a un reparto che in quegli anni cambia spesso interpreti. In rossonero ha collezionato 44 presenze ufficiali e 4 gol, diventando uno dei centrali più utilizzati tra la seconda parte della stagione 2013/14 e quella successiva. Il Milan decide infatti di riscattarlo dal Valencia, segnale della fiducia conquistata sul campo.

La sua avventura, però, dura meno del previsto. Nell'estate 2015, dopo alcune tensioni e una fase tecnica poco stabile, lascia Milano e passa al Siviglia, dove vincerà l’Europa League (nel 2016). Da lì proseguirà una carriera ancora lunga tra Marsiglia (con cui invece perderà una finale di Europa League nel 2018), Fenerbahçe, Sochi, Boavista e Troyes, mantenendo anche un ruolo importante con la Nazionale francese.

Nel 2016, infatti, Rami viene chiamato da Didier Deschamps per sostituire l'infortunato Raphaël Varane per l’Europeo di casa, perso in finale contro il Portogallo. Il momento più alto, però, arriverà nel 2018. Pur senza giocare minuti nel torneo, Rami farà parte della Francia campione del mondo in Russia (dopo il successo in finale contro la Croazia), entrando comunque nella storia dei Bleus.

Verdetto della 13: promosso, soprattutto considerando il periodo.

Alessio Romagnoli: sette stagioni, la fascia da capitano e uno Scudetto

Nell’estate del 2015 la numero 13 passa ad Alessio Romagnoli, acquistato dalla Roma per oltre 20 milioni e fortemente voluto da Siniša Mihajlović. Il richiamo a Nesta è immediato: giovane, mancino, elegante nell'impostazione e soprattutto deciso a indossare proprio quella maglia che il suo idolo aveva reso iconica.

A differenza di Acerbi e Rami, Romagnoli riesce però a costruire con la 13 una storia lunga e riconoscibile. Resta al Milan per sette stagioni, attraversando quasi per intero il percorso di ricostruzione del club: dagli anni più difficili, con continui cambi tecnici e societari, al ritorno stabile in Europa, fino alla rinascita con Stefano Pioli.

Nel 2018, dopo l’addio di Leonardo Bonucci, viene nominato capitano e diventa uno dei volti principali della squadra. In rossonero colleziona 247 presenze ufficiali, trovando anche qualche gol pesante (10 in totale) e mantenendo per diverse stagioni un ruolo centrale nella difesa. Il suo rendimento conosce inevitabilmente alti e bassi, soprattutto nella parte finale dell’esperienza. La resilienza con cui indossa la 13 anche negli anni più bui, gli permette però di legare il proprio nome al numero più di tutti i predecessori, salvo ovviamente Nesta.

Il finale della sua avventura milanista è anche il più dolce. Nella stagione 2021/22, pur avendo perso parte della titolarità, fa parte del gruppo che riporta il Diavolo sul tetto d’Italia, chiudendo così il proprio ciclo al Milan con il trofeo più importante della sua esperienza (e della sua carriera). Nell'estate 2022 lascia il club a parametro zero e passa alla Lazio. I biancocelesti sono la squadra per cui aveva sempre dichiarato simpatia, fin da bambino, nonostante fosse cresciuto nel vivaio della Roma. Nella Capitale apre un nuovo capitolo della propria carriera, terminato solamente quest’estate con il trasferimento in Qatar all’Al-Sadd.

Verdetto della 13: degno erede di Nesta.

Diawara e il peso di una maglia che ha già una tradizione

Ed eccoci a Sankhoun Diawara. Il giovane francese raccoglie quindi un numero molto diverso rispetto alla 34 scelta da Gila, perché questa volta l’identità della maglia è già ben definita.

La 13, dopo i primi anni più frammentati, è diventata un numero di grandi giocatori. Prima Kaladze, poi soprattutto Nesta, che l’ha trasformata in un simbolo. Successivamente Romagnoli è stato capace di darle continuità per sette stagioni e con la fascia da capitano al braccio. Da quel momento, però, il numero era rimasto senza un vero proprietario. Dopo l’addio di Romagnoli, nel 2022, nessuno lo aveva più scelto fino all'arrivo di Diawara.

Il bilancio storico, quindi, è decisamente positivo. La 13 ha attraversato anche qualche parentesi dimenticabile, ma è stata soprattutto sulle spalle di difensori capaci di vincere e lasciare una traccia importante nel club.

Per Diawara la sfida sarà proprio questa: non dare un’identità alla maglia, ma dimostrarsi all'altezza di un numero che al Milan un’identità l’ha già costruita da tempo.

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