L'analisi del match
Milan, rimonta senza gloria: orgoglio al 92’, ma San Siro resta amaro

San Siro vive una serata piena di contrasti. Emozione, tensione, speranza e frustrazione si mescolano in novanta minuti che raccontano perfettamente il momento del Milan. I rossoneri evitano la sconfitta al 92’ con il colpo di testa di Rafael Leao, ma non possono festeggiare davvero: pochi istanti dopo è il Genoa ad avere la palla della vittoria dal dischetto, spedita clamorosamente sopra la traversa da Stanciu. Un finale al cardiopalma che lascia entrambe con rimpianti pesanti.

Milan: avvio difficile, poi la solita rincorsa
—Il Milan parte ancora una volta a marce ridotte. Ritmo basso, manovra prevedibile, difficoltà nel trovare spazi contro un Genoa compatto e organizzato. La squadra di Allegri fatica a dare continuità al possesso e concede campo ai liguri, che colpiscono alla prima vera occasione con l'ex Lorenzo Colombo: azione rapida, difesa rossonera sorpresa e vantaggio rossoblù che gela lo stadio.
È lo stesso film visto troppe volte: il Milan si complica la partita da solo e si ritrova costretto a inseguire. E proprio qui nasce una delle domande più scomode della stagione: perché i rossoneri entrano spesso in partita dopo gli avversari? Regalare tempo significa dover poi giocare con l’acqua alla gola.
Dopo lo svantaggio il Milan prende campo, alza il baricentro, anche grazie all'ingresso di Fullkrug, e inizia un lungo assedio. Le occasioni fioccano: tiri da fuori, colpi di testa, mischie in area. Ma la palla non entra. C’è chi colpisce il legno, chi calcia addosso al portiere, chi sbaglia la scelta finale. Il problema è sempre lo stesso: tanta produzione, poca precisione. Il dato dei tiri è impietoso: 33 conclusioni contro le 6 del Genoa. Numeri che parlano di dominio territoriale, ma anche di una squadra incapace di trasformare la superiorità in gol. Non basta tirare tanto, serve tirare meglio. E soprattutto serve freddezza nei momenti chiave.

Foga, cuore e scelte affrettate
—Il Milan non molla mai. La squadra di Allegri gioca con rabbia, orgoglio, fame. Ma spesso l’intensità supera la lucidità. Troppa fretta, troppa frenesia, poca calma nell’ultimo passaggio. I rossoneri vogliono vincerla a tutti i costi, ma finiscono per forzare giocate che andrebbero gestite con maggiore pazienza. È il segnale di una squadra viva, che rifiuta la sconfitta. Ma una big deve saper dominare anche mentalmente la partita, non solo spingere sull’acceleratore.
Quando ormai la sconfitta sembra inevitabile, arriva la fiammata di Rafael Leao. Corner, stacco imperioso, palla in rete. È il 92’. San Siro esplode. È il premio alla pressione costante, alla voglia di non arrendersi. Il Milan acciuffa il pari e sembra aver salvato la serata. Ma il match non è finito. Nei minuti successivi succede l’incredibile: il Genoa conquista un rigore per vincerla. Silenzio surreale sugli spalti. Dal dischetto Stanciu calcia e manda alto. Una grazia clamorosa per il Milan, che evita una beffa totale.
Il pareggio allunga la striscia positiva, ma il sapore resta amaro. Ancora una volta i rossoneri inciampano contro una squadra di media-bassa classifica. E questo è il vero problema: nei big match il Milan è sempre competitivo, contro le “piccole” perde punti pesantissimi. È qui che si decidono i campionati. Non contro le grandi, ma nelle partite sporche, chiuse, difficili. Quelle che vanno vinte anche giocando male.

Dominio sterile: il limite da superare
—33 tiri, possesso costante, pressione continua. Ma solo un gol. È una statistica che non può essere ignorata. Il Milan crea tantissimo, ma manca cattiveria sotto porta. Serve più concretezza, più lucidità, più qualità negli ultimi 20 metri. Perché se domini e non vinci, alla lunga paghi dazio.
L’allenatore può essere soddisfatto per la reazione, ma non per l’approccio. Questa squadra ha carattere, ma deve crescere in maturità. Non si può sempre rincorrere, non si può vivere di recuperi all’ultimo secondo. Serve entrare in partita subito, imporre il proprio gioco dall’inizio, evitare di regalare fiducia agli avversari.
Il Milan esce da San Siro con un punto che salva l’orgoglio, ma non le ambizioni. Il carattere c’è. La voglia pure. Ma manca ancora quel cinismo che fa la differenza tra una buona squadra e una squadra da titolo. Perché rincorrere sempre, sperare negli errori degli altri e festeggiare pareggi in extremis non può diventare la normalità.
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