San Siro è uno di quei luoghi in cui il calcio pesa sempre un po’ di più. Le luci, il rumore, la storia che scorre sotto i piedi dei giocatori rendono ogni partita diversa dalle altre. Milan-Genoa è una di quelle sfide che, al di là della classifica, portano con sé un carico emotivo particolare, soprattutto per chi il Genoa lo sente come una seconda pelle. Perché affrontare il Milan, lì, non è mai soltanto una gara: è un confronto con la tradizione, con il prestigio, con un passato che torna ciclicamente a bussare.
Esclusiva
Milan-Genoa, Onofri: “Molto passa da Modric, Leao mi ha sorpreso. Genoa incompleto”

Il momento delle due squadre racconta due percorsi differenti. Il Milan guarda in alto, forte di una rosa profonda e di una continuità che lo ha riportato stabilmente tra le protagoniste. Il Genoa, invece, arriva a questa sfida in una fase complessa, tra aggiustamenti tattici, equilibri ancora da trovare e una struttura che appare in costruzione. Ma il calcio, si sa, non è una scienza esatta. E proprio in partite come queste può trovare spazio l’imprevisto.
Per provare a leggere Milan-Genoa oltre il risultato e le sensazioni immediate, serviva una voce capace di unire esperienza, memoria e competenza. Per questo abbiamo scelto di ascoltare Claudio Onofri, che il Genoa lo ha vissuto da protagonista, prima in campo e poi in panchina. Ex libero di un calcio che non c’è più, allenatore, osservatore lucido e mai banale, Onofri rappresenta uno sguardo privilegiato su un gioco profondamente cambiato, ma ancora governato da princìpi chiari.
Ne nasce un’intervista che va oltre il semplice commento alla partita: un’analisi che tocca il momento del Genoa, le scelte tattiche, il lavoro di Allegri, l’evoluzione del ruolo del difensore e il rapporto, sempre delicato, tra valorizzazione dei giovani e ricorso al mercato. Un racconto fatto di idee, esempi e memoria calcistica, utile per comprendere non solo cosa può accadere a San Siro, ma anche dove stanno andando le due squadre. Perché Milan-Genoa non è solo una partita da giocare. È una storia da interpretare.

Milan-Genoa, Onofri: «Lo snodo è Modric. Al Genoa manca un regista alla Badelj"
—Per i tifosi del Genoa è sempre una partita particolare quella contro il Milan: dal tuo punto di vista, come la vedi, anche considerando il momento delle due squadre?
"Al di là della differenza di caratura tra le due rose, c’è un dato evidente: il Milan, giustamente, occupa una posizione di classifica coerente con il suo valore, mentre il Genoa sta attraversando un periodo complicato, segnato anche da problematiche interne a livello societario. Ma il nodo principale resta quello di una squadra strutturalmente incompleta. Detto questo, va riconosciuto che De Rossi ha provato, almeno per una partita, ad adottare il modulo più adatto alle caratteristiche di diversi giocatori, il 3-5-2, e l’impatto iniziale qualche risposta positiva l’ha data. "
"Basti pensare a elementi come Martin e Norton-Cuffy, che non sono terzini ideali in una difesa a quattro per via di alcuni limiti in fase difensiva, ma che da quinti riescono a esprimersi con maggiore efficacia. È vero che nelle ultime gare entrambi non sono stati brillantissimi, ma al di là delle singole prestazioni resta una lacuna evidente: manca un regista vero, un profilo alla Badelj, capace di dare ordine, tempi e personalità alla manovra".
"Inoltre c’è anche il fatto che questo 3-5-2 ha permesso, finalmente, di affiancare una punta a un’altra, cosa che prima non avveniva con Vieira. In questo senso Vitinha e Colombo stanno crescendo a livello di rendimento. Detto questo, manca comunque un altro profilo offensivo: un attaccante, faccio un nome a caso, come Dzeko, giusto per capirci, visto che se ne è parlato, che possa dare un contributo in corso d’opera durante la partita, oppure sostituire uno dei due nel momento in cui ci siano infortuni o un calo di forma".
"Il problema è che, ad oggi, la regia è stata praticamente affidata a Malinovskyi. Io onestamente pensavo potesse interpretare anche quel ruolo che non aveva mai interpretato in carriera. Invece questa supposizione non ha trovato riscontro sul campo. Frendrup, Thorsby, Masini e gli altri sono giocatori importanti per la Serie A, ma non hanno le caratteristiche del regista: sono elementi che si inseriscono, che danno equilibrio, che fanno anche una buona fase difensiva, ma non sono calciatori in grado di diramare il gioco. Per questo motivo, questa partita sulla carta sembra avere un risultato quasi scontato. Però, fortunatamente, il calcio è bello anche per questo: a volte regala sorprese che non ti aspetteresti mai".
Alla luce delle caratteristiche del Milan, quale strategia deve adottare il Genoa per limitare i suoi giocatori chiave e provare a restare in partita?
"Il discorso di arrivare in corsa, come è successo appunto a Daniele De Rossi, non ti dà la possibilità di lavorare davvero su ciò che hai in testa come allenatore. Devi adattarti, trovare soluzioni immediate, anche diverse da quella che sarebbe la tua idea di calcio a lungo termine. In questo caso, la sua trama è abbastanza chiara: una squadra che dovrà difendersi in maniera molto, molto accorta e soprattutto con una pressione importante. Perché il Milan ha giocatori che, se lasciati liberi di pensare, ti puniscono subito. Penso, per esempio, a uno come Modrić: va attaccato immediatamente, ancora prima che gli arrivi il pallone. Ci deve essere sempre qualcuno pronto a pressarlo, perché parliamo di un fuoriclasse".
"Il croato anche dal punto di vista fisico è uno che potrebbe andare avanti ancora a lungo: è agile, rapido di pensiero, e ha ancora tutte le qualità per esprimere la sua classe. Se gli permetti di alzare la testa, guardare il campo e impostare, fa una regia devastante. Per questo mi aspetto una gara di questo tipo: un Genoa molto attento, magari con una pressione non altissima per non scoprire troppo il campo in profondità, ma estremamente organizzato. Ogni pallone recuperato deve essere interpretato come un’opportunità immediata per ripartire in contropiede. L’obiettivo deve essere quello di eliminare, o quantomeno ridurre al minimo, tutti i pericoli che una squadra come il Milan può creare, perché al di là di Modrić parliamo comunque di una rosa piena di giocatori di livello altissimo".«

Milan-Genoa:"Thorsby utile nel contesto giusto, Allegri ha dato un’identità chiara al Milan"
—«C’è un giocatore del Genoa che ti ha sorpreso in particolar modo?»
"Direi che non c’è qualcuno che si sia davvero staccato in maniera netta rispetto agli altri. Non c’è stato un elemento che, all’interno di questo progetto, abbia fatto dire “questo è andato oltre le aspettative”. Detto questo, ci sono giocatori che, se inseriti nel contesto giusto, possono diventare utili. Penso, per esempio, a Thorsby. Il norvegese è un giocatore che in una squadra con un vero regista e un’altra mezzala di qualità, come potrebbe essere Malinovskyi, che in quel caso giocherebbe più da mezzala destra o sinistra, potrebbe trovare una collocazione più funzionale".
"Thorsby è un giocatore di quantità, di fisicità, con una buona capacità di inserimento. Nel momento in cui riesci a ottenere ampiezza sulle fasce, magari con Martin, e arrivano dei cross, lui è bravo a infilarsi negli spazi creati dai movimenti dei due attaccanti. In queste situazioni può diventare importante, soprattutto nel gioco aereo e nello sfruttare le seconde palle. Non è un giocatore che ti fa spalancare gli occhi per la tecnica, questo no. Però, in un contesto equilibrato, con altri profili complementari, può arrivare a esprimere il cento per cento delle sue qualità, che sono esattamente quelle che ho appena descritto".
Si parla molto di Massimiliano Allegri, spesso criticato per un calcio ritenuto poco spettacolare: come valuti il suo lavoro al Milan e l’identità che ha dato alla squadra?
"Io ho sempre ritenuto che un allenatore, da quando è nato un certo Arrigo Sacchi, debba dare un’impronta precisa alla propria squadra. Un’impronta che passa attraverso il lavoro quotidiano: allenamenti che permettono ai giocatori di conoscere perfettamente i movimenti difensivi e, soprattutto, di elaborare una fase di costruzione offensiva chiara e riconoscibile. Sacchi questo lo ha rivoluzionato, non solo al Milan ma anche prima, a Parma".
"Massimiliano Allegri l’ho sempre considerato un grande allenatore, un uomo con una personalità fortissima, qualità fondamentale per fare questo mestiere ad alto livello. Però, per molto tempo, non ho mai avuto la sensazione che ci fosse un’elaborazione tattica così evidente da dire, dopo cinque o dieci minuti davanti alla televisione: “questa è chiaramente una squadra di Allegri". Devo però essere onesto: avendo visto il Milan in diverse partite, oggi dico che mi piace moltissimo. E questo, al di là del valore individuale dei giocatori, è un merito che va riconosciuto anche all’allenatore. Sono convinto che il Milan possa mantenere questa posizione fino alla fine e lottare seriamente per lo scudetto.
"È chiaro che, se non hai certi giocatori di livello assoluto, per uno spettatore neutrale magari non è sempre uno spettacolo affascinante. Puoi avere tutta l’organizzazione del mondo, ma non sempre ti diverti. Però il Milan che ho visto io, almeno in sette-otto partite, ha avuto una trama offensiva importante, fatta di movimenti conosciuti, codificati, che sono chiaramente frutto del lavoro dell’allenatore. Aggiungo anche che Christian Pulisic e Rafael Leao, non sono due centravanti veri, ma paradossalmente possono rappresentare una difficoltà ulteriore per i difensori del Genoa, perché non danno punti di riferimento: si allargano, vengono incontro, si alternano, e quando hanno palla possono farti male in qualsiasi momento. Devo dire la verità: Leao in quella posizione non l’avrei mai immaginato. Eppure, anche in questo contesto, sta dimostrando di poter incidere.
"È sempre difficile valutare e giudicare il perché di una scelta del genere. Io, personalmente, non l’avrei mai fatta, ma è facile dirlo da fuori. A Milanello è un’altra cosa, lì hai dinamiche e informazioni che dall’esterno non puoi avere. È chiaro che Rafael Leao nasce come esterno, quello è il suo ruolo naturale. Però, in una partita come questa, può comunque creare problemi al Genoa proprio perché non dà punti di riferimento. Difensori come Vasquez, Ostigard e gli altri si trovano spesso senza un riferimento fisso, e questo può diventare fastidioso. Perché quando questi giocatori si girano, prendono palla e puntano, sono forti davvero. E questo non è un’opinione: lo dice la loro carriera".

CAGLIARI, ITALY - JANUARY 02: Koni De Winter of AC Milan in action during the Serie A match between Cagliari Calcio and AC Milan at Stadio Sant'Elia on January 02, 2026 in Cagliari, Italy. (Photo by Claudio Villa/AC Milan via Getty Images)
Difendere è questione di letture: il giudizio di Onofri su De Winter e la difesa del Genoa
—Da ex difensore, che idea ti sei fatto di Koni De Winter, visto che lo scorso anno era al Genoa e oggi gioca nel Milan?
"Io ho sempre avuto una mia idea del ruolo del difensore. Deve avere caratteristiche che vanno oltre l’aspetto fisico o tecnico: attenzione, lettura delle situazioni, tempi di intervento, capacità di copertura. Sono cose che magari non tutti vedono, ma che un allenatore conosce bene. A Genova, secondo me, De Winter non aveva ancora quella completezza. Adesso, da quello che sento sembra stia crescendo sotto questo aspetto. Nel Genoa spesso si dimenticava di marcare l'attaccante in area di rigore".
"Se cresce sotto questi aspetti può diventare anche un ottimo prospetto. Però, onestamente, a me non ha mai fatto impazzire proprio per il motivo che stavo spiegando prima. Devo dirti la verità, io sono rimasto molto sorpreso quando è arrivato al Milan. Sia per la scelta in sé, sia anche per quanto è stato pagato. Non si può dire che non abbia qualità, perché le qualità le ha, questo è chiaro. Però, secondo me, non sono ancora complete e pienamente idonee per quel tipo di ruolo a quel livello. Per questo motivo l’acquisto mi ha colpito parecchio".
Guardando al Genoa di questa stagione, come giudichi il rendimento complessivo del reparto difensivo?
"Al di là del rendimento, che può essere a volte buono e a volte meno, giocatori come Johan Vasquez e Leo Ostigard sono comunque idonei al livello del Genoa. Nel senso che possono dare un contributo reale: hanno qualità, hanno esperienza, e come tutti hanno anche dei difetti, cosa assolutamente normale. Proprio per questo, però, io continuo a pensare che in questo mercato servirebbe un difensore in più. Perché profili come Alessandro Marcandalli e gli altri possono essere considerati delle buone alternative. Come titolari, invece, secondo me non ti danno quella sicurezza che è necessaria".
"In una squadra che deve lottare per la salvezza, in quei ruoli servono personalità e solidità. Magari ce l’hanno, per carità, ma servono anche qualità che non possono prescindere dalla continuità di prestazione. È un po’ il discorso che facevo prima: se giochi nel Milan magari certe lacune vengono coperte meglio dal contesto, ma qui parliamo di una squadra che deve difendersi tanto. Serve un difensore con più esperienza, uno che conosca la categoria. Non un fenomeno, ma uno che ti dia affidabilità, lettura delle situazioni e tranquillità a livello difensivo".
"Anche perché, in fase di costruzione, spesso il primo appoggio è proprio Vasquez, che ha un piede discreto. Però è chiaro che da dietro non ci sono tanti giocatori con piedi davvero importanti per elaborare con qualità la prima costruzione. Detto questo, è un aspetto secondario: la priorità resta saper difendere bene. Vasquez e Ostigard questo lo sanno fare. Non tutti gli altri, invece, allo stesso livello. E lì, secondo me, sta il vero nodo".

Da Rivera a Van Basten: perché oggi il talento fatica a emergere
—Nel corso degli anni il ruolo del difensore è cambiato profondamente: rispetto ai tuoi tempi, in che modo è evoluto e cosa richiede oggi a chi gioca in quel ruolo?
"È chiaro che ai miei tempi, che non sono proprio l’altro ieri, il sistema era diverso: c’erano i due marcatori e io facevo il libero. Di conseguenza, il compito dei marcatori era quello di far prendere meno palloni possibile all’avversario diretto. Lo seguivano ovunque: se andava in giro per il campo, lo seguivano; se andava negli spogliatoi a prendersi un bicchiere d’acqua, quasi lo seguivano anche lì. Ti faccio un esempio pratico facendoti il nome di Claudio Testoni, giocatore con il quale ho giocato, così come ce n’erano tanti altri".
"Io però sono sempre stato predisposto al cambiamento. È vero che quel sistema ha dato grandi risultati, anche con la Nazionale, ma col tempo il calcio è cambiato. L’organizzazione della difesa a quattro a zona, o comunque di una linea con due centrali e due esterni, richiede un lavoro molto più elaborato a livello di preparazione, di sincronismi e di letture. È sicuramente un sistema più complesso da allenare e più strutturato.
"All’inizio, l’uomo contro uomo poteva diventare deficitario perché, se l’avversario ti creava superiorità numerica, andavi in difficoltà. È vero che c’era il libero a coprire, ma il punto centrale era un altro: gli spazi, all’epoca, si aprivano molto di più. Per questo io dico che oggi si tende a pensare che ci sia meno qualità, ma secondo me non è affatto così. Faccio un esempio personale: io sono sempre stato innamoratissimo calcisticamente di Gianni Rivera. La prima volta che ci ho giocato contro, a Milano, perdemmo 3-1 e a fine partita andai a chiedergli la maglia".
"Rivera era un talento straordinario, non solo tecnicamente, ma soprattutto per la capacità di alzare la testa e vedere cose che gli altri non vedevano. Quando si giocava a uomo, un giocatore con quelle caratteristiche, e non ce n’erano certo diecimila, aveva molte più possibilità di trovare la palla in profondità. Perché le punte si muovevano, i difensori le seguivano, e così si aprivano spazi enormi dove si inserivano i centrocampisti o altri giocatori. Oggi, con la zona, il gioco forse si “imbruttisce”, è una parola che non mi piace, ma rende l’idea, o comunque si sporca un po’. Questo porta qualcuno a dire che il calcio di oggi sia più povero rispetto a una volta. Io, invece, non sono assolutamente d’accordo".
"Con la preparazione atletica attuale e con la crescita di tante nazioni calcistiche, oggi c’è una qualità importante. Solo che spesso non riesce a essere espressa pienamente, soprattutto all’occhio del tifoso. Non perché i giocatori siano meno bravi, ma perché le coperture difensive sono molto più organizzate e studiate per non farli giocare bene. Quando si giocava a uomo, Rivera alzava la testa: un attaccante andava a destra, l’altro a sinistra, i marcatori li seguivano, e in mezzo si aprivano spazi enormi. Oggi quegli spazi vengono chiusi prima ancora che nascano. Ed è questa, secondo me, la vera differenza".
Una curiosità: l’attaccante più forte che hai affrontato durante la tua carriera?
"Mi cogli un po’ di sorpresa. Però posso dirti che ho giocato con due attaccanti fortissimi come Francesco Graziani e Pruzzo al Torino. Se parliamo invece del giocatore più forte in assoluto in quel ruolo, per me resta Marco Van Basten, che ha fatto la storia del Milan. Però purtroppo non l’ho mai marcato direttamente, perché io giocavo da libero. Diciamo che l’ho affrontato, sì, ma non in marcatura stretta. In generale, però, ce n’erano davvero tanti, ti dico anche Savoldi. E questo va riconosciuto: in quel periodo, anche se magari il campionato nel complesso era meno spettacolare dal punto di vista dell’espressione di gioco, c’erano giocatori che facevano la differenza vera".
Poi c’era anche il discorso degli stranieri. Era tutto molto diverso da oggi: prendevi davvero il meglio che c’era in giro, ma erano pochi. Io al Genoa avevo due stranieri che si chiamavano Vandereycken e Jan Peters. Erano nazionali, uno del Belgio e uno dell’Olanda: per il livello del Genoa erano giocatori fuori categoria. Però erano due, non di più. Oggi è diverso: ce ne sono tanti di bravi, per carità. Non voglio dire il contrario. Io poi ho avuto la fortuna di giocare con attaccanti come Roberto Pruzzo, Damiani, Pulici, Graziani: giocatori che, per intenderci, facevano davvero la differenza".
"Però lasciami dire, per chiudere il discorso, che questo meccanismo alla lunga impoverisce il lavoro dei settori giovanili. Si lavora bene, si formano atleti e ragazzi validi, ma poi spesso non trovano spazio perché si preferisce prendere un giocatore dall’estero, magari dall’Africa. E questo, secondo me, è un tema da considerare".
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