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analisi Facebook di Roberto Beccantini -
Il golpe di Estupiñán rimanda la sentenza, ma non la cambia: lo scudetto lo vincerà l’Inter, nonostante l’1-0 del Milan. Sette punti, a dieci turni dal termine, rappresentano uno scudo efficace. Che derby è stato? Bruttarello, dalla trama attorcigliata e scontata: il Fetecista, muro e contropiede; il Reverendo, possesso, errori e omissioni.
Non che il Diavolo non abbia avuto le sue occasioni (una, forse la più grossa, in avvio: offerta da Sommer e sprecata da Modric), ma la notte è ruotata attorno a quattro episodi: 34’, Mkhitaryan consegna a Maignan un gol fatto; 35’, il sinistro di Estupiñán, riserva di Bartesaghi, su filtrante di Fofana; 54’, Dimarco si divora il pari; 95’, mani-comio di Ricci, non colto da Doveri e trascurato dal Var. Sul tema ho scritto fior di saggi: se violenti l’involontarietà, tutto diventa possibile. Quanti ne hanno concessi, quanti… Si mettessero d’accordo: il povero Joao Mario di Verona-Juventus è ancora lì che chiede lumi. Idem Bisseck con la Lazio, una volata fa.
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Dei nerazzurri, nessuno ha reso al suo livello: nemmeno Dimarco, neppure Bastoni (fischiatissimo, ammonito su Rabiot, acciaccato e sostituito) per tacere di Barella. Spesso, il Milan ha giocato in dieci: Leao fuori ruolo e fuori contesto. Sempre con il cuore, però, e con i tacchetti alla bocca. Da squadra che, sapendosi inferiore, sa come si raschia il fondo di tutti i musi. Maignan fece il fenomeno all’andata, non stavolta: non ce n’è stato bisogno. Resta, per Chivu, la sindrome delle Grandi (o sedicenti tali): dal Bodø/Glimt ai "cugini". Andamento lento, quasi preoccupato (di cosa?), mira sterile. Aveva due risultati su tre. Gli avversari, uno. Ha risolto l’ecuadoriano che, ad agosto, era titolare e poi è finito in panca, per disperazione: è il calcio.
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