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Un Milan pratico e cinico

Milan, effetto Sliding Doors: lezione di praticità al Sinigaglia

Vincenzo Bellino
Milan, il cinismo di Allegri batte l'eleganza narcisistica di Fabregas: Maignan para tutto, Rabiot ribalta il Como e l'Inter non scappa
01:16 min

La teoria è rassicurante, ordinata, elegante: spiega tutto, ma spesso non risolve nulla. La pratica, al contrario, è sporca, istintiva, imprevedibile: funziona, anche quando nessuno sa davvero perché. Se Como-Milan dovesse essere spiegata con una legge scientifica, l’enunciato di Einstein sarebbe il più adatto.

Al Sinigaglia il calcio ha fatto ciò che gli riesce meglio: smentire le certezze e premiare chi ha i giocatori più forti nei momenti decisivi. Perché la partita, prima ancora che sul piano tattico, si è giocata sulle Sliding Doors.

Il Como di Fabregas aveva interpretato la gara quasi alla perfezione, soprattutto nel primo tempo. Coraggio, organizzazione, qualità nel palleggio, letture lucide: i lariani hanno messo il Milan alle corde sin dai primi minuti, trovando subito il vantaggio con il colpo di testa di Kempf, già giustiziere della Juventus. Una superiorità netta, chiara, che sembrava destinata a tradursi in qualcosa di più.

Sull’1-0, il colpo di testa ravvicinato di Da Cunha sembrava l’anticamera del raddoppio, il momento in cui la partita poteva essere chiusa prima dell’intervallo. Il riflesso irreale di Maignan, però, ha cambiato tutto. Non solo il risultato, ma l’inerzia emotiva della gara. Quella parata non è stata una semplice giocata: è stata una sospensione del destino, il filo invisibile che ha tenuto in piedi un Milan in difficoltà e ha impedito al Como di trasformare la propria superiorità in una sentenza.

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Ed è qui che emerge il limite dei lariani. Il Como ha dato l’impressione di specchiarsi nella bellezza del proprio gioco, un po’ come Narciso: troppo intento a contemplare la qualità, troppo poco spietato nel colpire. Le occasioni per raddoppiare non sono mancate, ma nel calcio l’assenza di cinismo si paga sempre.

Dall’altra parte, il Milan ha fatto il Milan. Ha sofferto, ha incassato, ha resistito, aspettando il momento giusto per affidarsi ai suoi uomini chiave. È qui che prende forma la sinfonia francese che spezza l’incantesimo lariano: Maignan dietro, il rigore di Nkunku, la doppia zampata di Rabiot. Pareggio e sorpasso nascono da una logica brutale e antica: quando la partita si rompe, decide chi ha più qualità individuale.

Nella ripresa arriva il secondo grande Sliding Doors. Sul 2-1 per il Milan, la conclusione velenosa di Nico Paz sembra poter riaprire tutto. Ancora una volta, però, Maignan dice no. Un’altra parata decisiva, un altro momento in cui il Milan resta in piedi mentre il Como vede scivolare via la partita. Da lì in poi, i rossoneri gestiscono, sporcano la gara, si compattano. La pratica prende definitivamente il sopravvento sulla teoria.

Le parole di Adrien Rabiot nel post-partita raccontano bene questo spirito. Niente trionfalismi, solo consapevolezza. “Niente è semplice, niente è scontato”, soprattutto su un campo dove nessuno aveva ancora vinto. Il primo tempo complicato, la capacità di ribaltare l’inerzia, la fiducia mentale come chiave di tutto: difendere insieme e colpire al momento giusto.

Rabiot si prende la responsabilità del gol decisivo senza dimenticare il gruppo, la palla di Rafa, l’aiuto dei compagni. Perché questa vittoria nasce anche da un’alchimia profonda, da una squadra che crede nel proprio allenatore e nelle sue idee. “A volte sembrano cazzate”, ha detto sorridendo, “ma io ascolto e ci credo”. Forse la definizione più onesta del rapporto tra Allegri e il suo Milan.

Ed è proprio Allegri a chiudere il cerchio con una riflessione che va oltre la singola partita. Quando definisce Maignan un giocatore “da 100 milioni”, non parla solo di valore economico, ma di identità: le grandi squadre hanno bisogno di grandi giocatori, uomini capaci di spostare gli equilibri quando il piano A non funziona.

Giovani da far crescere, sì, ma anche colonne su cui appoggiarsi nei momenti di tempesta. Maignan è una di queste. Rabiot un’altra, non solo per ciò che produce in campo, ma per la leadership silenziosa, per la capacità di accendersi quando serve, per quel legame speciale con Mike che nasce lontano, dalle giovanili del PSG, da quindici anni di conoscenza e dalla stessa fame.

Alla fine, Como-Milan è una partita che insegna più di quanto dica il tabellino. Insegna che giocare bene non basta se non sei cinico, che le idee sono fondamentali ma senza interpreti di livello rischiano di restare teoria, che il gruppo, la fiducia e l’identità possono trasformare una serata storta in una vittoria pesantissima. Il Como esce a testa alta, con la consapevolezza di avere un progetto vero, ma anche con una lezione dura da digerire. Il Milan se ne va con tre punti, qualche certezza in più e una conferma antica: nel calcio, come nella vita, le Sliding Doors le attraversano sempre quelli che sanno farsi trovare pronti nel momento decisivo.