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DAN DAN PETERSON 90 ANNI

Din-Don-Dan Peterson 90

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Gli chiesi se un calcio d’angolo foriero di un gol potesse definirsi assist. Barcollò. Non rispose «yes»; rispose «may be». Uomo di mondo, e di mondi, il menestrello di Evanston, Illinois, Dan Peterson.
Redazione Milanistichannel

analisi Facebook di Roberto Beccantini -

Record del mondo di salto nel buio, scrivemmo nell’estate del 1973, quando si presentò a Bologna un certo Daniel Lowell Peterson, scovato dall’avvocato Gianluigi Porelli, manager in fuga dalla tradizione, per evitare che la gloriosa Virtus continuasse a passare alla storia come una delle prime ad alzarsi e l’ultima, sempre o quasi, a svegliarsi.

Dan Peterson who?

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A nominarlo per esteso, sembrava - e sembra tuttora - un’altra persona. Come le grandi firme del Brasile, in barba ai chilometri della grafia, da Edson Arantes do Nascimento a Pelé, da José Roberto Gama de Oliveira a Bebeto. Ma poi atterri su "Dan" Peterson e la curiosità diventa carriera, la carriera romanzo, il romanzo rivoluzione. Perché sì, i 90 anni che il «nano ghiacciato» (copyright di Oscar Eleni) compie oggi, venerdì 9 gennaio, appartengono più a noi che a lui. E se hanno cambiato lui, non hanno lasciato indifferenti noi.

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Arrivò che si parlava di pallacanestro, e non ancora di basket. Piombò in coda ai tre spareggi consecutivi per lo scudetto tra Ignis e Simmenthal: 1971 a Roma, Ignis; 1972 ancora a Roma, Simmenthal; 1973 a Bologna, Ignis. Li seguii per «Tuttosport», Dino Meneghin versus Arthur Kenney, l’ultimo Manuel Raga e il primo Bob Morse. Vado a memoria, e se sbaglio «mi corrigerete». Din-Don-Dan. Quelle camicie tipo bandiera croata e i pantaloni a zampa di qualcosa, ma sveglio e creativo; oltre che seduttivo. La postura yankee, lo slang meta-petroniano. Gli devo i siparietti con Gianfranco Civolani detto Civ; le baruffe con Peppino virtussino per la pelle e superdotto della Dotta, bigiotteria in via Clavature e cattedra in piazza Azzarita; un caffè natalizio in compagnia di Aza Nikolic, della sua giacca di camoscio e delle sue sigarette pendule; del periodo del Giordan - l’Aldo, the voice - e delle cascate di piombo. Alla Virtus e quindi a Milano, la saga dell’Olimpia. Ma anche: millantata spia della Cia in Cile, alla vigilia della tragica staffetta fra Salvador Allende e Augusto Pinochet; allenatore, telecronista, testimonial, scrittore, oratore, motivatore. Se ho dimenticato qualcosa, sorry. Silvio Berlusconi, attraverso Adriano Galliani, gli aveva offerto addirittura il Milan. Bim-Bum-Dan, che avrebbe portato Massimo Giacomini come allenatore, chiese tempo. E così in alto loco sterzarono su Arrigo Sacchi. Parola d’ordine: «Sputare sangue». Come megafono scelse Lorenzo Pardo, baionetta del suo Cile: «Que no crucen la linea de media cancha»; che non oltrepassino la linea di metà campo. Una feroce minaccia, mica tanto una semplice dritta.

Sempre per «Tuttosport», ne raccontai il primo trofeo italiano, la Coppa Italia alzata a Vicenza il 12 maggio 1974, Virtus-Snaidero 90-74, proprio la domenica in cui il Paese confermava il divorzio, con lo zoccolo americano di Dan fuori di sé dal momento che, per dire «sì», si doveva mettere «no» (all’abrogazione della legge). «Mamma, butta la pasta», di fronte a uno scarto assassino e a un orologio ormai cadavere, mutuato da Bob Elson, radiocronista storico dei Chicago White Sox di baseball, e dal suo «Mamma, metti il caffè sulla stufa», ne riassume l’aspetto ludico, in bilico perenne fra divulgazione e ricreazione. La 1-3-1 e la «Banda Bassotti», la noia per le bombe da tre, l’esigenza di adeguare la modernità del gioco alla «grafica» della voce: l’urlo. Mi confessò: «Tutto è flash, tutto è lampo, la telecronaca, l’intervista. Se una volta servivano tre righe, oggi ne basta una. Devi essere più Ernest Hemingway che William Faulkner». Usa e progetta. Ogni mattina, una raffica di email. Sulla metodologia degli allenamenti; sul grembiulone-tabarro dell’indimenticabile Amato Andalò, custode del Palasport e dei suoi segreti; sulla seconda guerra mondiale. Si mormora che fosse, e sia, di una taccagneria degna di Juan Alberto Schiaffino. Sapeva della mia cotta per Sergej Belov, e io della sua, numero dieci dell’allora Unione Sovietica, lotta di «classe» (non in senso marxista), scappato dalla scuola dell’obbligo (degli schemi). E’ stato e rimane, Dan, un Cristoforo Colombo al contrario: salpato dal Nuovo Mondo per s-coprire il Vecchio. Mi arrendo: persino i «pagamenti» in aggettivi, alla lunga, annoiano. Ci vorrebbe Marilyn Monroe: happy birthday, mister coach, happy birthday to you.