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Non sarà piaciuta la vittoria del Milan contro il Como ai puristi del calcio, ai talebani dell'ortodossia secondo cui non si può segnare al primo tiro in porta e non si può vincere se non si è avuto il 60% di possesso palla e se non si sono applicati alla lettera i dettami del pressing. Qualche faccino triste fra gli opinionisti ideologici sarà possibile trovarlo.
Poco male in fondo, perché i 43 punti in 20 partite del Milan di Allegri sono un bottino di tutto rispetto. Non poteva essere scontato ad inizio stagione. Il Milan era reduce da un mesto ottavo posto e doveva ricostruirsi nello spirito e nell'anima.
Da sportivo ammiro molto lo stile di gioco di Fabregas e del Como e ritengo che se la squadra lariana avesse vinto contro il Milan non avrebbe rubato nulla. Anzi. Mi piacerebbe però che i puristi del gioco mi spiegassero perché se il migliore in campo è Maignan siamo davanti ad uno scandalo, mentre se il migliore in campo è il genoano Leali allora tutto va bene.
Sono milanista, partigianamente milanista. Ho visto la mia squadra perdere immeritatamente la finale di Champions League nel 2005, forse la miglior finale della storia del Milan come livello di gioco. Due anni dopo, ho visto il mio Milan vincere la Champions League 2007 dopo una partita bruttina, sporca e piena di errori.
Il calcio non è matematica e non può essere ridotto al possesso e al pressing. Il calcio è qualcosa di non ponderabile, di non spiegabile. Ridurlo tutto ad una ideologia o, addirittura, ad una filosofia, non mi sembra molto sensato. Mi pare un eccesso evitabile. Ciò che contesto degli ideologi è il pensare che chi non gioca come loro gradiscono sia un eretico, un profanatore del gioco del calcio.
Noi, al Milan, abbiamo avuto un Presidente tanti anni fa che ha cambiato la storia del calcio. Lo ha fatto rispettando sempre gli avversari, senza indicare nemici del gioco ma ricercando solo bel gioco. A volte riuscendoci, a volte no, ma senza ansie distruttive e senza pensare di avere in tasca la ricetta magica del vero calcio.
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