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Ulisse rossonero

Zlatan Ibrahimovic, il kolossal del calcio

Samuele Virtuani
Samuele Virtuani Redattore 
La carriera di Zlatan Ibrahimovic, eroe omerico del XXI secolo.

Zlatan Ibrahimovic è l'ultimo nome alla voce fuoriclasse in casa Milan, in attesa di vedere come andranno le cose con Luka Modric, ovviamente. Imprevedibile, sia nella sfera personale che come ligio professionista in campo, funambolico, tecnicamente sontuoso e dipinto negli anni bianconeri e nerazzurri come scostante, irritante, poco dedito alla stanzialità e più propenso al cambio di casacca quale unica medicina per i suoi ciclici mal di pancia.

Con il Milan, tuttavia, le cose mutano. Ibrahimovic incontra un ambiente che parla la sua stessa lingua: i rossoneri da sempre coniugano il verbo "vincere" in frasi che sanno un po' di prosa e un po' di poesia, che assecondano la voglia di stupire e, perché no, provocare che da sempre muove il gigante svedese, figlio di un bosgnacco e di una croata.

Il primo Ibrahimovic: rialzare la testa dopo il triplete

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Come nelle migliori saghe e nel rispetto della carriera kolossal che Ibra ha avuto, l'avventura di Zlatan Ibrahimovic al Milan si suddivide in due capitoli così simili eppure allo stesso tempo diversi. Tra il 2010 e il 2012, Ibrahimovic è, insieme a Robinho, il colpo gobbo di un Milan che rialza la testa dopo il triplete nerazzurro. Lo svedese è prelevato da Galliani e Raiola dalla prigionia catalana che vede Guardiola nelle vesti di secondino e restituito finalmente al calcio dopo un anno abulico, fatto di tensioni e incomprensioni col nuovo guru del calcio, Pep Guardiola, che lo emargina progressivamente nelle gerarchie della rosa blaugrana. Zlatan Ibrahimovic trionfa sì nella Liga ma l'intesa con Lionel Messi è tiepida.

Il Milan lavora giorno e notte per ottenere il prezioso autografo su carta intestata, riuscendoci il 28 agosto 2o10 e strappando condizioni molto vantaggiose: l'asticella si ferma, infatti, a 24 milioni di euro da pagare con la formula del prestito con diritto di riscatto al termine della stagione. Saltata la prima partita partita con il Lecce a San Siro, nel corso della quale si concede un'elettrizzante passerella culminata con la frase: "Sono venuto qui per vincere, questo anno vinciamo tutto", Zlatan Ibrahimovic fa il suo esordio l'11 settembre al Manuzzi di Cesena. La trasferta romagnola non fila liscia come lo squacquerone nella piadina, tuttavia. Lo svedese sbaglia un rigore colpendo il palo, il Milan capitola per 2 reti a 0. I giornali lo bocciano senza appello. Si tratta, però, solo di un banale stallo in partenza allo scattare del semaforo verde.

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Il biennio rossonero vedrà, infatti, Ibra giocare 85 partite e segnare 56 reti, vincendo uno scudetto e una Supercoppa di lega da assoluto protagonista e divenendo l'ultimo capocannoniere della massima serie con indosso la maglia del Milan (28 reti nella stagione 2011-12). Ibra viaggia così a medie altissime come sempre fatto e sempre farà anche sotto la Tour Eiffel, sulle rive dell'Irwell o all'ombra delle palme di Los Angeles. Le sue prodezze rimangono ancora oggi negli occhi di tifosi e semplici appassionati di calcio. I gol alla Ibrahimovic legano sempre l'impossibile alle zolle del campo più difficili. Merito della classe, della tecnica e delle lunghe leve di cui è dotato: gambe capaci di qualsiasi movimento grazie alla sua passione per il taekwondo.

I migliori gol di Zlatan Ibrahimovic con il Milan

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La prima gemma è datata 20 novembre 2010, Milan - Fiorentina. Partita tiratissima, risolta con una rovesciata sporca, cavata fuori dal cilindro, e che vede Ibra in grado di alzarsi la palla dopo un contrasto con un difensore e schiacciarla a terra quel tanto che basta per superare Frey. L'anno nuovo ispira particolarmente lo svedese che al Via del Mare, il 16 gennaio 2011, realizza forse il gol più bello della sua intera militanza in rossonero: dopo un lancio di Flamini, Ibra regala al sonnacchioso pubblico salentino un tiro di collo pieno ai trentacinque metri dalla porta giallorossa che si trasforma in una palombella di insensata bellezza e precisione. La faccia di Galliani in tribuna autorità vale più di mille parole. Meravigliose anche le perle a San Siro contro il Cesena in campionato, tiro potente da posizione assai defilata, e Palermo nella semifinale di andata di Coppa Italia, dove realizza al volo con grande coordinazione su traversone di Massimo Oddo.

La stagione successiva vede un Ibrahimovic onnipotente. Oltre agli undici assist (quasi tutti aventi come destinatario la rivelazione del campionato Antonio Nocerino), delle 28 reti realizzate solamente in campionato alcune sono fantascienza pura. Col Chievo, il 27 novembre, calcia da fermo al limite dell'area e piazza il pallone all'incrocio dei pali come se avesse scarpini dotati di radiocomando GiG. Col Cagliari va a segno per la prima volta su punizione disegnando una parabola mortifera che non lascia scampo alla futura meteora rossonera Michael Agazzi. Il 3 marzo 2012, Ibra cala, invece, la prima tripletta in rossonero. Al Barbera di Palermo, lo svedese sembra alto tanto quanto il monte Pellegrino, da sempre splendida cornice allo stadio dei rosanero, e ne realizza tre tutti nel primo tempo e disponendoli come un mercante d'arte in ordine di raffinatezza. Una settimana dopo si ripete contro il Lecce: siluro su assist di testa di Emanuelson a svellere la porta sotto la curva nord del Meazza. Da custodire al MIC di Milano è anche la rete rifilata il 24 marzo 2012 alla Roma: pallonetto a tagliare fuori dai giochi Lobont e Kjaer e colpo di testa in tuffo a depositare il pallone oltre la linea di porta. San Siro è in delirio, il diciannovesimo scudetto pare essere più vicino.

L'ora degli addii

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Il Milan, invece, s'inceppa sul più bello. Sconfitti nel weekend pasquale a domicilio dalla Fiorentina di Amauri, i rossoneri subiscono il ritorno della Juventus di Antonio Conte e perdono malamente anche il derby contro un Inter assai male in arnese: Ibra ne fa due, il secondo addirittura auto-lanciandosi verso Julio Cesar e battendolo da posizione defilata ma è tutto inutile. I nerazzurri trionfano 4 a 2 complice un arbitraggio per lunghi tratti rivedibile, i rossoneri chiudono al secondo posto in classifica e con il Novara, all'ultima giornata, si scoprono improvvisamente autunnali, crepuscolari, attanagliati da un misto di malinconia, inquietudine per l'avvenire e gratitudine per anni meravigliosamente irripetibili. Il Milan rimane così orfano nel giro di poche settimane di Pippo Inzaghi, Alessandro Nesta, Rino Gattuso, Clarence Seedorf, Gianluca Zambrotta e Mark Van Bommel.

La logica vorrebbe che i beniamini dell'epoca, Thiago Silva, il già fin troppo acciaccato Pato e, appunto, Ibrahimovic prendano in mano saldamente le redini della squadra. L'addio come canteranno i Coma_Cose anni più tardi "Non è una possibilità". Dei tre, tuttavia, solo l'attaccante brasiliano vedrà i nastri di partenza della serie A 2012-13. Thiago Silva e Zlatan Ibrahimovic vengono, infatti, ceduti in coppia ai nuovi padroni del calcio, ergo gli ambiziosi sceicchi qatarioti del Paris Saint-Germain, per una cifra attorno ai 65 milioni di euro. Una mossa dettata dalle pressanti normative UEFA in materia di Fairplay finanziario e dalle altrettanto invasive richieste di Fininvest, preoccupata dagli elevati costi di gestione del club.

Il Milan senza Ibrahimovic crolla, inizia la Banter Era

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Senza Ibra e Thiago, il Milan riuscirà a qualificarsi una sola volta alla Champions League (maggio 2013), otterrà come miglior piazzamento un terzo posto in campionato (stagione 2012-13), cambierà nove allenatori e tre proprietà in otto anni e un'infinità di calciatori transiteranno in quel di Milanello senza mai essere in grado di colmare quel vuoto di carisma e tecnica che accumunava i due fuoriclasse, entrambi ministri del proprio ruolo. Il Milan conosce quella che, col linguaggio social, viene definita la "Banter Era", un periodo grottescamente tragicomico in grado di forgiare un'intera generazione di tifosi rossoneri, tra cui il sottoscritto.

Il 2012 non sarà stata la fine del mondo come preannunciato dalla profezia dei maya, ma certamente è stato uno strappo doloroso all'interno del mondo Milan. "Dimmi chi ti ha ridotto in questo stato d'animo?" - cantavano Caparezza e Tony Hadley in quel periodo e assieme a loro se lo chiedevano anche i tifosi rossoneri.

Ibrahimovic tra PSG, United e Los Angeles Galaxy

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Negli anni, le voci di un ritorno dello svedese come pater patriae sono molte ma mai realmente fondate. Ibra, nel frattempo, domina in Francia col PSG, 4 Ligue 1, 2 Coupe de France, 3 Coppe di Lega francese3 Supercoppe francesi, e fa conoscenza anche di un altro diavolo, quello del Manchester United, con cui vince una Coppa di Lega inglese, un Community Shield e un'Europa League, unica affermazione europea del fuoriclasse svedese e che festeggia però in stampelle. Il 20 aprile 2017, infatti, durante la partita di Europa League tra i red devils e l'Anderlecht, Ibrahimovic atterra in modo sfortunato dopo un contrasto aereo e riporta una lesione significativa ai legamenti del ginocchio.

Zlatan Ibrahimovic torna in campo dopo circa 7 mesi. Il 18 novembre 2017, subentra al 77° minuto nella partita di Premier League contro il Newcastle. "I leoni non si riprendono come gli esseri umani", dichiara ai cronisti. La strada di Ibra, però, sembra tracciata: un lento addio al calcio, percorrendo un sentiero che porta verso campionati molto remunerativi ma poco competitivi. Lo svedese sbarca, come Beckham, Nesta e tanti altri nomi eccellenti prima di lui, in MLS, là dove il calcio non è football ma soccer.

Veste la maglia degli LA Galaxy con la faccia di chi sa di essere Gulliver in mezzo a tanti lillipuziani. Per contenere la straripanza fisica e di ego di Ibrahimovic non basterebbe nemmeno la Via Lattea. A livello personale il bottino è più che buono: fanno 52 centri in 56 partite. A livello di squadra, tuttavia, i risultati lasciano molto a desiderare, con i losangelini che il primo anno falliscono l'accesso ai playoff della Western Conference, mentre il secondo soccombono in semifinale per mano dei rivali di sempre del Los Angeles FC. Per Ibra sembra essere giunta l'ora del tramonto. Il leone che molti considerano simile ad Alex di "Madagascar", una bestia un tempo famelica e ora solo utile per qualche reelo compilation di Yt, si prepara al tramonto. Le palme allungano le loro ombre affusolate sotto il cielo che si fa rosso. Ogni giorno può essere quello utile per annunciare sui social al mondo intero il ritiro dal calcio giocato.

Il ritorno a casa

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Il 27 dicembre 2019, tuttavia, Ibra decide con un trucco alla David Copperfield di far sparire la Statua della Libertà e di rimettere il Duomo di Milano e la sua Madonnina al centro del villaggio. Nel momento più basso della storia recente del Milan, Paolo Maldini e Zvone Boban si aggrappano al totem svedese per raddrizzare una stagione che potrebbe essere la più fallimentare dai tempi del decimo posto con Pippo Inzaghi allenatore. Il Milan figura tra le squadre relegate nella parte destra della classifica, è dodicesimo, ha già visto un avvicendamento in panchina dopo sole sette giornate, Pioli per Gianpaolo, e ha appena ceduto di schianto contro l'Atalanta di Gasperini per 5 a 0. Ibra risponde presente.

Qualcosa lentamente prende a carburare. L'anno nuovo porta con sé uno Zlatan Ibrahimovic trentottenne, capello raccolto e non sciolto sulle spalle, qualche ruga a solcare il volto, intabarrato in un cappotto contro i rigori dell'inverno milanese e non avvolto dalla leggerezza di una t-shirt estiva. Il portamento è, però, lo stesso di sempre. Gli occhi sono gli stessi di sempre: Ibra non ha più nulla da dimostrare, ma solo una voglia feroce di ricordare a tutti chi è. Non importa se si parli di estate 2010 o inverno 2020. Ad attenderlo, un Milan, ancora una volta, smarrito, schiacciato dalla concorrenza, i nove titoli consecutivi juventini e la fragorosa ripresa dell'Inter di Antonio Conte hanno lasciato il segno. Milanello è invasa da figuri troppo propensi a sbagliare con leggerezza e che di lì a breve saluteranno la compagnia.

I primi giorni a Milanello sono, infatti, un terremoto. Il mercato è da porte girevoli e Zlatan dà una grande mano in fase di scrematura. Fuori Suso, Piatek, Ricardo Rodriguez e dentro Kjaer, Saelemaekers; più spazio a Leao, Rebic Bennacer. Le sedute di allenamento vengono accompagnate da autentici mantra che verranno poi divulgati dai destinatari negli anni successivi. “Se non credi di poter fare la differenza, sei già finito.” Pioli osserva tutto e capisce: ora vincere, perdere o pareggiare farà tutta la differenza del mondo in spogliatoio.

La medicina Ibrahimovic

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Perché Ibrahimovic non è solo un attaccante: è un catalizzatore, nel 2010 come nel 2020. Arriva in spogliatoio prima di tutti, si allena come se avesse 25 anni, pretende la stessa intensità dagli altri. E quando vede qualcuno distratto, lo riporta dentro la realtà con uno sguardo da gorgone. Ai tempi di Allegri ciò si rivelò determinate per far sì che una rosa dal kilometraggio avanzato regalasse a San Siro l'ultimo grande ballo prima di congedarsi alla platea con un inchino. Dieci anni dopo, Ibra fa lo stesso ma con una rosa giovane, inesperta, avida di apprendere una cultura del lavoro genuina, vincente, totalizzante.

L'11 gennaio, a Cagliari, il Milan vince 2-0, lui segna. Quel gol non è solo una statistica: è un manifesto.

È il primo atto di una rinascita che parte dal carattere. Durante il lockdown, quando il calcio si ferma, Ibrahimovic coadiuva Pioli nel tenere unito il Milan. Organizza videochiamate, sfida i compagni in allenamenti individuali, manda messaggi motivazionali. Quando il campionato riparte, il Milan è un’altra squadra: più compatta, più feroce, più consapevole. Da giugno a fine stagione, non perde più: 13 risultati utili consecutivi, 35 gol segnati, e la sensazione che qualcosa di serio stia nascendo.

Il Milan torna a essere rispettato almeno dai propri tifosi. Non per i trofei del passato, ma per la mentalità del presente. Perché il Milan, dopo anni di confusione, ha finalmente ritrovato un principio: l’esigenza. L’idea che la grandezza non sia un’eredità, ma una costruzione quotidiana attraverso un progetto spesso incompreso dagli addetti ai lavori e dalla concorrenza. Con Ibrahimovic in campo, il Milan torna a vincere un derby e ottiene la prima storica vittoria allo Juventus Stadium. Ritorna ad assaporare il gusto del titolo platonico di campione d'inverno e a macinare gioco e risultati con una continuità che sa quasi di lisergico per i tifosi rossoneri, spesso come impauriti che tutto possa essere una vivida proiezione onirica, una sorta di allucinazione collettiva derivata dalla troppa frustrazione accumulata negli anni precedenti, "i peggiori della nostra vita" per citare il Conte Fiele. Quando nel maggio 2021 arriva la qualificazione in Champions dopo sette lunghi anni, Pioli lo dice chiaramente: “Zlatan ha cambiato la mentalità di tutti, anche la mia.”

Lo scudetto sotto antidolorifici, il valore del sacrificio

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E l’anno dopo, nel 2022, quel seme sboccia: il Milan vince lo Scudetto numero 19. Ibra gioca poco, gli acciacchi si fanno sentire, nell'ultimo periodo pur di non lasciare solo il gruppo si allena sotto antidolorifici, ma la sua ombra aleggia ovunque. I compagni lo cercano, lo citano, lo ringraziano.

Perché quella vittoria, in fondo, nasce due anni prima, il giorno in cui un uomo di 38 anni tornò a San Siro e impose un nuovo standard.

Zlatan non è tornato solo per segnare. È tornato per educare. Per ricordare che il Milan non è una squadra come le altre. È un’idea: quella di non abbassare mai lo sguardo, nemmeno quando tutto sembra perduto. Quando è tornato Ibra, il Milan ha smesso di sopravvivere. Ha ricominciato a vivere. E da quel giorno, nessuno, a Milanello, ha più accettato di essere “solo” normale.

Anatomia di un ritiro

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Nel maggio 2023, Ibra annuncia il ritiro al termine di un Milan - Verona 3 a 1. E se il 13 maggio 2012, le lacrime non erano state per Ibrahimovic, il 4 giugno 2023, sì. Il tifoso ha pianto, eccome. E sono lacrime amare ma grate tanto quanto furono quelle per i grandi volti della Storia rossonera. Per un Van Basten ritiratosi a soli 30 anni, ecco Ibrahimovic che gli rende giustizia e arriva a 41 anni, infrangendo il record di rete più anziana in serie A contro l'Udinese, con la consapevolezza di aver dimostrato tutto il suo potenziale e di aver vissuto svariate carriere e impersonato altrettanti personaggi tutti dallo sterminato potenziale e senza alcun velo di pirandelliana ipocrisia.