Il Milan e il richiamo delle grandi occasione: da Van Basten a Modrić, il filo rosso (nero) che attraversa i Mondiali anche nel 2026

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Ci sono club che misurano la propria grandezza contando trofei, bilanci o notti europee. E poi esistono società che riescono a raccontare il calcio anche quando il campionato si ferma, perché continuano a vivere dentro le maglie delle nazionali. Il Milan appartiene a questa categoria. Da decenni, ogni Coppa del Mondo diventa una nuova pagina della sua storia, un romanzo scritto in lingue diverse ma con lo stesso stemma impresso nel cuore.

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Da Pasadena a Berlino, da Yokohama a Doha, il rosso e il nero hanno accompagnato alcuni dei capitani, dei trascinatori e dei campioni più iconici del calcio mondiale. E oggi, mentre il Mondiale del 2026 apre le sue porte tra Stati Uniti, Messico e Canada, quel racconto trova un nuovo capitolo. Dieci giocatori del Milan sono stati convocati dalle rispettive nazionali: nessun'altra squadra italiana ne porta così tanti sul palcoscenico più importante del calcio.

Andriy Shevchenko
LEIPZIG, GERMANY - JUNE 14: Andriy Shevchenko of Ukraine tries to evade Pablo (L) and Xabi Alonso of Spain during the FIFA World Cup Germany 2006 Group H match between iSpain and Ukraine played at the Zentralstadion on June 14, 2006 in Leipzig, Germany. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

La memoria dei campioni

Ogni generazione rossonera ha lasciato la propria impronta ai Mondiali.

C'è stato Marco Van Basten, il fuoriclasse che trasformava ogni pallone in un'opera d'arte, capace di trascinare i Paesi Bassi fino alla consacrazione europea e di affrontare ogni grande torneo con l'aura di chi sembrava appartenere a una dimensione superiore.

C'è stato Cafu, l'uomo che più di ogni altro ha incarnato il significato della continuità. Tre finali mondiali consecutive, due Coppe del Mondo sollevate con il Brasile e una carriera costruita correndo instancabilmente sulla fascia, come se il tempo non potesse raggiungerlo.

C'è stato Filippo Inzaghi, che nel 2006 entrò nella storia del calcio italiano segnando contro la Repubblica Ceca il gol che spalancò definitivamente la strada agli Azzurri verso la notte di Berlino. Non il protagonista assoluto di quel Mondiale, ma l'uomo capace di comparire sempre quando il destino chiedeva una firma.

Poi Ronaldinho, il sorriso più famoso del calcio moderno. Nel 2002 contribuì al trionfo del Brasile con quella leggerezza che sembrava negare perfino la gravità, trasformando il pallone in un compagno di giochi e il Mondiale in uno spettacolo universale.

E naturalmente Andriy Shevchenko, il capitano che nel 2006 trascinò l'Ucraina fino ai quarti di finale nella prima storica partecipazione mondiale del suo Paese. Non soltanto un centravanti straordinario, ma il simbolo di una nazione che imparava a credere nelle proprie possibilità seguendo il proprio numero sette.

Sono storie diverse, epoche differenti, ma unite da un'unica costante: il Milan ha sempre trovato il modo di parlare la lingua del Mondiale.

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Dieci bandiere, un solo stemma

Anche il 2026 non fa eccezione. Anzi, rilancia: mentre il calcio si prepara alla prima Coppa del Mondo a quarantotto squadre, il Milan osserva il torneo attraverso gli occhi di dieci dei suoi protagonisti. Alexis Saelemaekers e Koni De Winter rappresentano il Belgio. Luka Modrić porta ancora sulle spalle il sogno della Croazia. Pervis Estupiñán guida la corsa dell'Ecuador, mentre Mike Maignan e Adrien Rabiot vestono l'azzurro della Francia.

C'è Santiago Giménez, chiamato a incendiare il Mondiale di casa con il Messico. C'è Rafael Leão, il talento imprevedibile del Portogallo. Christian Pulisic diventa uno dei volti simbolo degli Stati Uniti padroni di casa. E infine Ardon Jashari, giovane cuore della Svizzera, pronto a vivere la sua consacrazione internazionale.

Dieci nazionali. Tre continenti. Un solo club capace di riunire culture, storie e modi diversi di interpretare il calcio.

Croatia v Faroe Islands - FIFA World Cup 2026 Qualifier
RIJEKA, CROATIA - NOVEMBER 14: Luka Modric of Croatia controls the ball during the FIFA World Cup 2026 qualifier match between Croatia and Faroe Islands at Stadion HNK Rijeka on November 14, 2025 in Rijeka, Croatia. (Photo by Jure Makovec/Getty Images)

Il peso di una tradizione

Essere il club italiano con il maggior numero di convocati non significa soltanto possedere una rosa internazionale. Significa continuare una tradizione che attraversa generazioni intere.

Perché il Milan non ha mai costruito semplicemente grandi squadre. Ha costruito uomini destinati a diventare punti di riferimento anche lontano da San Siro. Capitani. Leader. Campioni chiamati a caricarsi sulle spalle le aspettative di milioni di persone.

È una responsabilità che passa idealmente da Baresi a Maldini, da Shevchenko a Kaká, da Cafu a Ronaldinho, fino ai protagonisti di oggi. Cambiano le epoche, cambiano gli allenatori, cambiano perfino i continenti che ospitano il Mondiale. Rimane immutata la sensazione che, quando la Coppa del Mondo comincia, una parte del Milan salga sempre su quell'aereo.

L'eredità che continua

Forse è proprio questa la vera grandezza del club rossonero. Non soltanto vincere, ma continuare a essere riconosciuto come una casa naturale per chi sogna di lasciare un segno anche con la propria nazionale.

Il Mondiale del 2026 dirà chi alzerà il trofeo. Ma prima ancora che il primo pallone venga calciato, racconta già una certezza. In ogni angolo del torneo ci sarà un pezzo di Milan. Nelle mani di Maignan, nelle accelerazioni di Leão, nell'esperienza infinita di Modrić, nei gol cercati da Giménez, nell'orgoglio di Pulisic davanti al suo pubblico e negli occhi di tutti gli altri rossoneri chiamati a inseguire il sogno più grande.

Perché alcune squadre appartengono a una città. Altre appartengono a una nazione. Il Milan, da sempre, appartiene anche ai Mondiali.

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