Milanisti Channel Partite Pagelle Le pagelle del Milan 2025/26, Allegri 4: un anno buttato tra paura, difesa e talento soffocato

Le pagelle del Milan 2025/26, Allegri 4: un anno buttato tra paura, difesa e talento soffocato

Stefano Sorce
Allegri chiude con un pesante 4 tra gioco difensivo, talento sacrificato, cambi tardivi e una mentalità che non ha mai permesso di fare il salto di qualità

Se il calcio fosse un videogioco, Massimiliano Allegri sarebbe quel giocatore che passa novanta minuti con il tasto del passaggio all'indietro premuto. Mentre il resto d'Europa corre, aggredisce, pressa, attacca e rischia, il Milan ha trascorso un'intera stagione a chiedere permesso prima di superare la metà campo. Non è stato un campionato. È stata una lenta e interminabile lezione di prudenza. Una prudenza che ha finito per soffocare tutto: il talento di Leao, la fantasia di Pulisic, l'imprevedibilità di Saelemaekers, l'entusiasmo dei tifosi e persino le ambizioni di una squadra che avrebbe dovuto lottare per vincere. Perché alla fine il vero problema del Milan di Allegri non è stato perdere punti. È stato perdere coraggio. E una squadra senza coraggio, prima ancora che senza risultati, è una squadra destinata a non andare da nessuna parte.

Allegri voto 4

Il problema non è mai stato il modulo. Il problema è stato ciò che Allegri ha fatto con quel modulo. Per un'intera stagione il Milan ha giocato con un 3-5-2 che in realtà era un 5-3-2, che molto spesso era un 5-4-1. In molti momenti del campionato abbiamo assistito ad una vera e propria barricata davanti alla propria area di rigore. Trentotto giornate trascorse più a preoccuparsi di non prendere gol che a cercare di segnarne uno. Nel 2026, però, il calcio si è evoluto. Le squadre che crescono cercano di imporre il proprio gioco. Le squadre che convincono attaccano. Le squadre che vincono non aspettano sempre l'errore dell'avversario. Il Milan di Allegri ha fatto esattamente il contrario.

Per mesi ci siamo sentiti ripetere che questa rosa non fosse costruita per giocare un calcio offensivo e fosse limitata. Probabilmente, in parte, era anche vero, ma questo non giustifica la mentalità di Allegri. Leao e Pulisic hanno passato gran parte della stagione lontani dalle condizioni ideali per esprimere il proprio talento. Saelemaekers, uno dei giocatori più dinamici e imprevedibili della rosa, è stato trasformato quasi stabilmente in un terzino aggiunto. La fantasia del belga è stata sacrificata sull'altare dell'equilibrio difensivo, una parola diventata quasi un'ossessione nelle idee e nelle conferenze dell'allenatore livornese.

È vero che il Milan per diversi mesi non ha avuto un centravanti realmente affidabile. Ma anche questa giustificazione dura fino a un certo punto. Quando Santiago Gimenez e Niclas Füllkrug sono stati a disposizione, il copione non è cambiato. Minutaggi limitati, prudenza, gestione conservativa. Prima difendere, poi eventualmente attaccare. Prima non prenderle, poi magari provare a vincerla. Una mentalità che forse poteva funzionare vent'anni fa. Oggi molto meno.

MILANO, ITALIA - 24 MAGGIO 2026: Massimiliano Allegri, allenatore dell'AC Milan, osserva l'andamento della partita durante l'incontro di Serie A tra AC Milan e Cagliari Calcio allo Stadio Giuseppe Meazza il 24 maggio 2026 a Milano, Italia. (Foto di Marco Luzzani/Getty Images).

Allegri: sempre lo stesso copione

La sensazione più frustrante della stagione è stata vedere Allegri ripetere continuamente gli stessi errori. Contro la Lazio, Estupiñán soffre Isaksen praticamente dal primo minuto. Lo vedono i tifosi, lo vedono i giornalisti, lo vede chiunque abbia un minimo di occhio tattico. Eppure non cambia nulla. Il gol arriva proprio da quella fascia. Contro il Sassuolo si ripete la stessa identica scena. Tomori va subito in difficoltà contro Laurienté, viene ammonito e continua a restare in campo fino all'inevitabile secondo giallo che lascia il Milan in inferiorità numerica. Ancora una volta Allegri aspetta che il problema diventi emergenza prima di intervenire.

È una costante che accompagna gran parte della sua carriera. Non anticipa gli eventi. Li subisce. E nel calcio moderno chi arriva sempre dopo finisce inevitabilmente per rincorrere. Lo stesso discorso vale per i cambi. Tardivi. Prevedibili. Quasi sempre difensivi. Quando il Milan aveva bisogno di coraggio arrivava prudenza. Quando serviva aggressività arrivava gestione. Quando serviva vincere arrivava il solito messaggio di chi sembra più preoccupato di non perdere.

Ma forse il vero ritratto di Allegri non si è visto in campo. Si è visto davanti ai microfoni. Per mesi le conferenze stampa hanno seguito sempre lo stesso copione: bisogna guardare quelle dietro, bisogna trovare equilibrio, bisogna difendere bene, bisogna stare attenti. Mai una frase capace di trasmettere ambizione. Mai la sensazione di un allenatore disposto a spingere la squadra oltre i propri limiti.

MILANO, ITALIA - 24 MAGGIO 2026: Christian Pulisic, Zachary Athekame e Luka Modric dell'AC Milan appaiono delusi al termine della partita di Serie A tra AC Milan e Cagliari Calcio allo Stadio Giuseppe Meazza il 24 maggio 2026 a Milano, Italia. (Foto di Marco Luzzani/Getty Images).

Le dichiarazioni post Cagliari da impazzire

E come se non bastasse, anche dopo la partita decisiva il ritornello è rimasto sempre lo stesso. Dopo Milan-Cagliari Allegri si è presentato davanti ai microfoni parlando ancora una volta della fase difensiva. "Abbiamo difeso male". Abbiamo difeso male. Non abbiamo creato troppo poco. Non abbiamo avuto abbastanza coraggio. Non abbiamo attaccato con sufficiente convinzione. Non abbiamo imposto il nostro gioco contro una squadra già salva e senza particolari obiettivi. No. Abbiamo difeso male. Divento matto.

Ed è probabilmente questa frase a spiegare meglio di qualsiasi analisi perché il Milan non sia mai decollato. Perché nella testa di Allegri il primo pensiero è sempre la difesa. Sempre. Anche quando devi vincere. Anche quando devi recuperare punti. Anche quando hai giocatori offensivi che chiedono soltanto di essere messi nelle condizioni di fare male. Se dopo una partita del genere il primo problema che individui continua a essere la fase difensiva, allora forse il problema non è più il modulo, non è la rosa e non sono nemmeno i singoli giocatori. Il problema è la tua idea di calcio. E dopo un anno intero passato ad ascoltare parole come equilibrio, attenzione, gestione e difesa, gran parte del popolo rossonero non ne poteva semplicemente più.

Allegri ed il DNA difensivo

Se passi trentotto giornate a pensare prima di tutto a difendere, arriva un momento in cui non sei più capace di fare altro. Il calcio non è un interruttore che accendi e spegni a piacimento. Non puoi trascorrere un'intera stagione a trasmettere prudenza, equilibrio, attesa e gestione e poi pretendere che, nel momento decisivo, la tua squadra si trasformi improvvisamente in un gruppo affamato, aggressivo e ossessionato dalla vittoria. Non funziona così. Le squadre finiscono per assorbire la mentalità del proprio allenatore. La respirano ogni giorno a Milanello. La sentono nelle conferenze stampa. La vedono nelle scelte di formazione. La percepiscono nei cambi e nelle indicazioni dalla panchina.

E il Milan di Allegri ha assorbito una parola più di tutte le altre: difesa. Difesa. Difesa. Difesa. Alla fine quella parola è entrata nel DNA della squadra. Per questo contro il Cagliari, nel momento in cui serviva vincere a tutti i costi, il Milan non ha avuto né la cattiveria né l'istinto per andare a prendersi la partita. Perché non faceva parte della sua identità. Non faceva parte della sua cultura calcistica.

Una squadra allenata per mesi a proteggersi finirà quasi sempre per proteggersi anche quando dovrebbe attaccare. E allora non sorprende che dopo una gara del genere Allegri abbia parlato ancora una volta di come il Milan avesse difeso male. Perché quella è la sua ossessione. Ma le ossessioni, si sa, finiscono per ucciderti. Il problema è che il Milan aveva bisogno di vincere, non di difendere meglio.

CAIRATE, ITALIA - 20 MARZO 2026: L'allenatore dell'AC Milan Massimiliano Allegri parla con i media durante la conferenza stampa presso il centro sportivo di Milanello il 20 marzo 2026 a Cairate, in Italia. (Foto di Claudio Villa/AC Milan tramite Getty Images).

La mentalità sbagliata

L'esempio più clamoroso è arrivato prima di Lazio-Milan. I rossoneri avevano l'occasione di avvicinarsi all'Inter e riaprire almeno in parte la corsa nelle zone alte della classifica. Invece di parlare della necessità di vincere per ridurre il distacco, Allegri ha scelto di concentrarsi sulle squadre che inseguivano il Milan. Può sembrare una sfumatura. In realtà racconta tutto. I giocatori assorbono il linguaggio, la mentalità e il coraggio del proprio allenatore. Se il tecnico parla sempre di prudenza, la squadra diventa prudente. Se il tecnico pensa prima a difendersi che ad attaccare, la squadra farà la stessa cosa. Come dimenticarsi di Napoli-Milan e Milan-Juventus. Due gare giocate palesemente per pareggiare.

Per questo motivo la differenza con allenatori come Cesc Fabregas o Gian Piero Gasperini appare enorme. Da una parte tecnici che cercano di imporre il proprio calcio, che vogliono dominare le partite e che trasmettono coraggio ai propri giocatori. Dall'altra un allenatore che continua a vivere di gestione, episodi e attese. Ma in fondo non dovrebbe sorprendere nessuno. Perché Allegri è sempre stato questo.

È l'allenatore che alla Juventus arrivò a preferire De Sciglio a Cancelo. Da una parte un giocatore capace di creare superiorità numerica, spaccare le partite e cambiare il ritmo di un'intera squadra. Dall'altra un giocatore più affidabile in copertura. Allegri scelse molto spesso il primo. È l'allenatore che per mentalità ha sempre avuto una naturale tendenza a preferire il controllo al talento. Perché Van Bommel poteva recuperare più palloni. Pirlo però era Pirlo. E quando hai Andrea Pirlo in squadra non dovresti mai pensare prima a ciò che perdi senza palla rispetto a ciò che puoi creare con la palla tra i piedi. Questo è Allegri. Lo era dieci anni fa e lo è ancora oggi.

Eppure ancora piace

Per questo vedere Leao costretto a giocare con il freno a mano tirato, Pulisic sacrificato in compiti di rincorsa, Saelemaekers trasformato quasi in un terzino aggiunto e il Milan trascorrere una stagione intera a preoccuparsi più di difendere che di attaccare non rappresenta una sorpresa. È semplicemente la conseguenza naturale della sua idea di calcio. Un'idea che troppo spesso finisce per soffocare il talento invece di esaltarlo. Per limitare la fantasia invece di liberarla. Per spegnere l'entusiasmo di una piazza invece di alimentarlo.

E allora diciamolo chiaramente. Se vi piace un allenatore che mette costantemente il freno ai giocatori migliori, che considera il rischio un nemico, che preferisce il compitino alla giocata e che finisce regolarmente per soffocare il talento in nome dell'equilibrio, forse il problema non è il calcio moderno. Forse avete semplicemente un problema con il talento.

Il problema non è perdere. Nel calcio può capitare a chiunque. Il problema è passare un'intera stagione senza costruire nulla. Senza creare un'identità riconoscibile. Senza lasciare intravedere una crescita. Il Milan chiude questo campionato senza trofei, senza qualificazione in Champions League, senza evoluzione e con la sensazione di aver semplicemente buttato via un altro anno. Ed è proprio questa la colpa più grave di Massimiliano Allegri, al netto degli errori madornali della "societa", ma questa, purtroppo, è una storia ancora più devastante e ancora aperta.