Hutchinson e l'eredità della numero 20: da Boban ad Abate, passando per Seedorf e Bierhoff
Tra i tanti dettagli che accompagnano l’arrivo di un nuovo calciatore c’è anche la scelta del numero di maglia. Un particolare che spesso racconta molto più di quanto possa sembrare, soprattutto quando alle spalle ci sono quasi trent’anni di storia rossonera.
Dopo Mario Gila con la 34, Sankhoun Diawara con la 13 e Diego Moreira con la 22, questa volta tocca a Omari Hutchinson. L’esterno inglese, arrivato dal Nottingham Forest in prestito con diritto di riscatto, ha scelto di indossare la numero 20.
Una maglia che al Milan non appartiene a un solo volto. Boban è stato il primo, Seedorf l'ha indossata prima di passare alla 10, mentre Bierhoff e Abate sono i più "legati" a quel numero. Tutti giocatori diversissimi tra loro, ma capaci di legare il proprio nome alla maglia n.20 in momenti differenti della storia del club. A loro si aggiungono talenti rimasti incompiuti, meteore e protagonisti più recenti, fino ad Álex Jiménez, ultimo proprietario prima dell’arrivo di Hutchinson.
Hutchinson Milan Flagship Store
Zvonimir Boban: il primo proprietario della 20
Come già visto per gli altri numeri della rubrica, prima della stagione 1995/96 la numerazione non era fissa. I titolari indossavano generalmente le maglie dall’1 all’11, mentre le successive erano destinate ai giocatori inizialmente in panchina. Con l’introduzione dei numeri personali cambia tutto e il primo calciatore del Milan a legarsi alla 20 è Zvonimir Boban. Il croato, però, non è certo un volto nuovo a Milanello: era arrivato al Milan già nel 1991 dalla Dinamo Zagabria, dopo essersi imposto giovanissimo in patria fino a diventare capitano del club a soli 19 anni. I rossoneri lo mandano inizialmente in prestito al Bari, per permettergli di adattarsi al calcio italiano, prima di riportarlo definitivamente a Milano.Da quel momento Boban diventa uno dei centrocampisti più riconoscibili del grande Milan degli anni Novanta. Tecnica, visione di gioco, personalità e capacità di calciare dalla distanza ne fanno un giocatore estremamente completo, capace di agire sia da centrocampista centrale sia in posizione più avanzata. Con Fabio Capello entra stabilmente nelle rotazioni di una squadra che domina in Italia e in Europa, contribuendo anche alla conquista della Champions League del 1994. Quando passa alla 20, quindi, Boban è già un giocatore affermato e vincente.
La indossa per tre stagioni, dal 1995/96 al 1997/98, vivendo anche due facce completamente opposte della storia rossonera. Nella prima conquista lo Scudetto, il quarto della sua esperienza milanista, mentre nelle due successive attraversa il brusco ridimensionamento di una squadra arrivata alla fine del grande ciclo costruito negli anni precedenti. La sua avventura al Milan, naturalmente, andrà molto oltre quelle tre stagioni con la 20. Da settembre 1998, infatti, sulle sue spalle arriverà la pesantissima numero 10. Boban resterà legato ai rossoneri fino al 2001, chiudendo con 251 presenze e 30 gol complessivi e un palmarès che comprende quattro Scudetti, una Champions League e tre Supercoppe italiane.
Tra i momenti più importanti c’è anche il gol segnato all’Arsenal nella Supercoppa Europea del 1994. Parallelamente diventa una figura centrale anche per la Croazia. Capitano della generazione d’oro, guida la Nazionale fino allo storico terzo posto ai Mondiali di Francia 1998, prima medaglia iridata della giovane selezione croata. Nel corso della carriera internazionale raccoglierà 49 presenze e 12 gol con la Croazia, dopo aver vestito in precedenza anche la maglia della Jugoslavia. Nel 2001, con il suo spazio progressivamente ridotto e l’arrivo di Rui Costa, viene ceduto in prestito al Celta Vigo. L’esperienza spagnola dura però appena quattro partite di campionato: pochi mesi più tardi Boban decide di ritirarsi, chiudendo una carriera rimasta inevitabilmente legata soprattutto al Milan.
Dopo il ritiro, Boban resta profondamente legato al calcio. Lavora a lungo come opinionista e dirigente, ricoprendo anche incarichi di primo piano alla FIFA e alla UEFA, prima di tornare al Milan nel 2019 come Chief Football Officer. L’esperienza rossonera da dirigente dura meno di un anno, ma il suo percorso nel calcio prosegue fino al ritorno alle origini: nel settembre 2025 viene nominato presidente della Dinamo Zagabria, ruolo che ricopre ancora oggi. Negli ultimi anni Boban ha continuato inoltre a lavorare come commentatore televisivo, soprattutto in Italia, mantenendo così un rapporto molto stretto con il calcio anche al di fuori degli incarichi dirigenziali.
Verdetto della 20: il primo proprietario non poteva essere più prestigioso di così.
Oliver Bierhoff: la 20 dello Scudetto del Centenario
Nell’estate 1998 la numero 20 passa a Oliver Bierhoff, arrivato dall’Udinese insieme ad Alberto Zaccheroni. Il tedesco si presenta a Milano da centravanti ormai pienamente affermato, dopo aver costruito gran parte della propria carriera proprio in Italia.Prima dell’esplosione in Friuli, il suo percorso era stato tutt’altro che lineare. Cresciuto calcisticamente in Germania, aveva giocato anche in Austria e soprattutto nell’Ascoli, dove aveva iniziato a prendere confidenza con il calcio italiano. È però con l’Udinese che cambia definitivamente dimensione: diventa uno degli attaccanti più prolifici della Serie A e nella stagione 1997/98 conquista il titolo di capocannoniere con 27 gol, attirando inevitabilmente l’attenzione del Milan. Il suo arrivo coincide con una fase delicata per i rossoneri. La squadra viene da due stagioni molto complicate e Zaccheroni deve ricostruire un gruppo capace di tornare subito competitivo. Bierhoff diventa uno dei punti di riferimento offensivi del nuovo sistema, sfruttando soprattutto le sue caratteristiche migliori: gioco aereo, senso della posizione, forza fisica e capacità di occupare l’area. L’impatto è immediato.
Nella stagione 1998/99 segna 19 gol in campionato e contribuisce in maniera decisiva alla rimonta sulla Lazio, culminata con la conquista dello Scudetto del Centenario. Tra le prestazioni più ricordate c’è anche la tripletta all’Empoli nel finale di stagione, in un momento in cui ogni partita pesa enormemente nella corsa al titolo. La sua esperienza al Milan durerà tre stagioni. Non sarà mai un attaccante spettacolare o particolarmente raffinato, ma garantirà continuità, presenza in area e un contributo realizzativo importante. Chiuderà la parentesi rossonera con 119 presenze e 44 gol complessivi, numeri che raccontano bene il peso avuto all’interno della squadra.
Parallelamente resta anche una figura centrale della Nazionale tedesca. Il suo nome, del resto, era già entrato nella storia del calcio europeo prima dell’arrivo a Milano: nella finale di Euro 1996 contro la Repubblica Ceca segna prima il gol del pareggio e poi il golden goal che consegna la coppa alla Germania. È probabilmente il momento più iconico della sua carriera internazionale. Dopo il Milan proseguirà tra Monaco e Chievo, prima di ritirarsi. Nel post-carriera entra stabilmente nella struttura della federazione tedesca, ricoprendo per quasi vent’anni diversi incarichi dirigenziali legati alla Nazionale e allo sviluppo tecnico, fino all’addio alla DFB nel dicembre 2022.
Verdetto della 20: pesante. Bierhoff lega la sua eredità a uno Scudetto tanto inatteso quanto importante.
Mohamed Sarr: una parentesi senza storia
Nella stagione 2001/02 la numero 20 passa a Mohamed Sarr, difensore senegalese arrivato al Milan dopo l’esperienza al Treviso. Ancora molto giovane, viene considerato un profilo interessante in prospettiva, ma nella sua prima stagione rossonera trova pochissimo spazio. Le sue presenze ufficiali con il Milan sono infatti appena tre: una in Serie A e due in Coppa UEFA, competizione nella quale riesce anche a segnare una rete.Il Milan continua comunque a mantenerne il cartellino per diversi anni. Dal 2002 inizia una lunga serie di prestiti: prima al Galatasaray, poi all’Ancona, quindi all’Atalanta e infine al Vittoria. Una trafila che gli permette di accumulare minuti ed esperienza, ma senza riuscire a convincere il club rossonero a puntare nuovamente su di lui.
Nel 2005 lascia definitivamente il Milan e passa allo Standard Liegi, dove trova finalmente stabilità. In Belgio resta per cinque stagioni e conquista due campionati consecutivi, nel 2007/08 e nel 2008/09, superando anche le 100 presenze in campionato con il club. Successivamente gioca anche con Hércules, Genk e OFI Creta, prima di chiudere l’attività agonistica. Con il Senegal raccoglie inoltre 16 presenze.
Verdetto della 20: poco Milan, tanti prestiti e una carriera costruita soprattutto lontano da San Siro.
Clarence Seedorf: quando la 20 torna sul tetto d’Europa
Nell’estate 2002 la numero 20 passa a Clarence Seedorf, arrivato dall’Inter in uno scambio con Francesco Coco. L’olandese sbarca al Milan con un curriculum già eccezionale: cresciuto nell’Ajax, aveva vinto la Champions League nel 1995, per poi ripetersi tre anni più tardi con il Real Madrid. Quando arriva a Milanello, quindi, non è certo una promessa, ma un centrocampista già abituato a giocare e vincere ai massimi livelli.Il suo impatto è immediato. Carlo Ancelotti lo inserisce in un centrocampo ricchissimo di qualità, nel quale convivono Andrea Pirlo, Rui Costa e Gennaro Gattuso, fondamentale come equilibratore. Seedorf diventa subito uno degli uomini più importanti della squadra. Tecnica sopraffina, forza fisica, capacità di proteggere il pallone e soprattutto una straordinaria intelligenza tattica gli permettono di interpretare più ruoli senza perdere efficacia.
Già nella prima stagione arriva il trionfo più importante. Il Milan conquista la Champions League 2002/03, battendo la Juventus nella finale di Manchester, e Seedorf entra definitivamente nella storia diventando il primo calciatore capace di vincere la competizione con tre club differenti: Ajax, Real Madrid e Milan. A quella Champions si aggiunge nello stesso anno anche la Coppa Italia. La stagione successiva porta un altro trofeo pesantissimo. Con la numero 20 sulle spalle, Seedorf è uno dei protagonisti dello Scudetto 2003/04, conquistato da un Milan che domina il campionato e che sta ormai assumendo i contorni di una delle squadre simbolo del calcio europeo dei primi anni Duemila. Conserva la 20 fino alla stagione 2005/06. In quei primi quattro anni rossoneri accumula presenze, gol e soprattutto partite di altissimo livello, attraversando anche la dolorosa finale di Champions del 2005 contro il Liverpool e la semifinale europea della stagione successiva.
Dal 2006/07 passa poi alla numero 10, lasciata libera da Rui Costa, ma il cambio di maglia non fa altro che aprire la seconda parte della sua lunga storia milanista. Ed è proprio con la 10 che arriva un altro picco straordinario. Nella Champions 2006/07 Seedorf è tra i protagonisti assoluti della cavalcata verso Atene, risultando determinante soprattutto nella fase a eliminazione diretta. Il Milan conquisterà poi la coppa battendo il Liverpool in finale.
In totale Seedorf resterà al Milan per dieci stagioni, diventando uno dei simboli dell’era Ancelotti e, più in generale, dell’ultimo grande ciclo europeo rossonero. Chiude la propria avventura con 443 presenze e 62 gol complessivi, oltre a un palmarès che comprende due Champions League, due Scudetti e un Mondiale per Club. Dopo aver lasciato Milano nel 2012, chiude la carriera da calciatore in Brasile con il Botafogo.
Il legame con il Milan, però, non termina lì: nel gennaio 2014 torna a San Siro nelle vesti di allenatore, prendendo il posto di Massimiliano Allegri e guidando la squadra fino al termine della stagione. In estate la società decide però di cambiare nuovamente, affidando la panchina a un altro ex compagno di squadra: Filippo Inzaghi. La carriera di Seedorf da allenatore non riesce poi a raggiungere gli stessi livelli di quella da calciatore. Nel luglio 2016 accetta la guida dello Shenzhen FC in Cina, ma l’esperienza dura appena cinque mesi. Nel febbraio 2018 viene chiamato dal Deportivo La Coruña con il compito di evitare la retrocessione: conquista soltanto due vittorie in sedici partite e lascia il club dopo la discesa in Segunda División.
L’esperienza successiva arriva con la Nazionale del Camerun, affidatagli nell’agosto 2018 insieme a Patrick Kluivert come vice. Anche qui, però, il percorso si interrompe rapidamente: l’eliminazione agli ottavi della Coppa d’Africa 2019 contro la Nigeria gli costa l’esonero. Dopo sette anni lontano dalla panchina, proprio qualche giorno fa è arrivata però una nuova occasione: il Corinthians lo sceglie come nuovo allenatore, affidandogli un contratto fino alla fine del 2027.
La particolarità, parlando della numero 20, è che Seedorf viene ricordato soprattutto con la 10 sulle spalle. Eppure è proprio con la 20 che nasce la sua storia rossonera e che arrivano i primi grandi trionfi.
Verdetto della 20: Seedorf le regala alcune delle notti più importanti della storia recente del Milan.
FC Schalke 04 v AC Milan
Yoann Gourcuff: il talento che sembrava destinato a raccogliere il testimone
Nell’estate 2006, con Clarence Seedorf passato alla numero 10, la 20 viene affidata a Yoann Gourcuff, arrivato dal Rennes per poco meno di 5 milioni di euro. Il francese ha appena vent’anni, ma viene già considerato uno dei talenti più interessanti della sua generazione. Elegante, tecnico e dotato di grande visione di gioco, in patria viene addirittura accostato a Zinedine Zidane, paragone inevitabile ma anche piuttosto pesante da sostenere.Il club rossonero lo acquista con l’idea di inserire gradualmente un giocatore di prospettiva in una squadra già piena di campioni. Il contesto, però, si rivela tutt’altro che semplice: davanti a lui ci sono alcuni dei migliori centrocampisti della loro generazione e conquistarsi spazio diventa immediatamente complicato. L’esordio, comunque, lascia intravedere qualcosa di interessante. Debutta ufficialmente il 9 agosto 2006 nel preliminare di Champions League contro la Stella Rossa, mentre poche settimane più tardi trova anche il suo primo gol rossonero nel 3-0 contro l’AEK Atene nella fase a gironi della competizione.
Nella sua prima stagione riesce così a ritagliarsi qualche spazio e fa parte della rosa che conquisterà la Champions League 2006/07, pur senza scendere in campo nella finale di Atene contro il Liverpool. Il problema arriva soprattutto nella stagione successiva. Gourcuff fatica a trovare continuità e la presenza di un Kaká nel pieno della maturità, reduce dal Pallone d’Oro, riduce ulteriormente le sue possibilità. Nel campionato 2007/08 colleziona appena 15 presenze in Serie A, di cui soltanto quattro da titolare, segnando una rete contro la Sampdoria. Nel finale di stagione resta spesso in panchina e diventa sempre più evidente come il rapporto con l’ambiente milanista non stia funzionando.
Anche fuori dal campo, del resto, la sua esperienza sarà oggetto di discussione. Negli anni successivi Carlo Ancelotti e soprattutto Paolo Maldini criticheranno il suo atteggiamento e la difficoltà a integrarsi completamente nel gruppo. Questo è uno dei motivi per cui la sua parentesi rossonera rimarrà sempre difficile da leggere fino in fondo: talento evidente, ma inserimento mai realmente riuscito. Nell’estate 2008 il Milan decide quindi di mandarlo in prestito al Bordeaux. Ed è proprio in Francia che Gourcuff cambia completamente passo. Diventa il leader tecnico della squadra, trascinandola alla conquista della Ligue 1 2008/09 e della Coppa di Lega. A livello individuale viene premiato come miglior giocatore della Ligue 1 e, dopo quella stagione, il Bordeaux lo acquista definitivamente.
La sua esplosione immediatamente successiva all’addio al Milan alimenta inevitabilmente il rimpianto. Gourcuff diventa anche un elemento importante della Nazionale francese, con cui colleziona 31 presenze e partecipa al Mondiale del 2010. In quella stessa estate passa poi al Lione, dove però la sua carriera comincia a essere pesantemente condizionata dagli infortuni. Dopo cinque stagioni torna al Rennes, prima dell’ultima esperienza al Dijon e del successivo ritiro.
Verdetto della 20: uno dei rimpianti più evidenti legati a questo numero.
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Tabaré Viúdez: praticamente un minuto di Milan
Nel 2008/09 la numero 20 passa a Tabaré Viúdez, giovane uruguaiano arrivato dal Defensor Sporting insieme al connazionale Mathías Cardacio. La sua esperienza rossonera è una delle più brevi dell’intera storia di questo numero. Con Carlo Ancelotti trova spazio in una sola partita ufficiale: l’8 marzo 2009 contro l’Atalanta, quando entra nel finale del 3-0 di San Siro. Le statistiche registrano appena un minuto giocato in Serie A.A fine stagione lascia il Milan e torna in Sudamerica. La carriera lo porterà successivamente tra Uruguay, Messico, Turchia e Argentina, con esperienze anche al Nacional e al River Plate. Nel 2025 arriverà il ritiro dal calcio giocato.
Verdetto della 20: meteora nel senso più letterale del termine.
Ignazio Abate: dieci anni con lo stesso numero
Dal 2009 la numero 20 trova probabilmente il suo proprietario più riconoscibile in Ignazio Abate. Cresciuto nel settore giovanile del Milan, esordisce con la prima squadra giovanissimo, ma prima di riuscire a imporsi in rossonero deve costruirsi un lungo percorso lontano da San Siro. Passa infatti attraverso esperienze con Napoli, Piacenza, Modena, Empoli e Torino, alternandosi inizialmente tra il ruolo di esterno offensivo e quello di laterale di centrocampo.Quando torna definitivamente al Milan nell’estate 2009, è ormai un giocatore formato. Con Leonardo prima e soprattutto con Massimiliano Allegri poi viene progressivamente arretrato sulla linea dei difensori, fino a trasformarsi stabilmente in terzino destro. La velocità resta il suo tratto distintivo, ma col tempo migliora soprattutto nella fase difensiva, nella gestione dell’uno contro uno e nella capacità di accompagnare l’azione.
La consacrazione arriva nella stagione 2010/11, quella dello Scudetto. Abate diventa uno dei titolari del Milan di Allegri e garantisce continuità sulla fascia destra in una squadra che torna campione d’Italia dopo sette anni. In quel gruppo convivono campioni affermati, ma Abate riesce comunque a ritagliarsi un ruolo importante. La sua storia rossonera, però, si misura soprattutto nella durata. La numero 20 resta sulle sue spalle per dieci stagioni consecutive, dal 2009 al 2019.
In questo arco di tempo attraversa due epoche completamente diverse: gli ultimi anni del grande Milan ancora capace di vincere e il successivo periodo di transizione, segnato da cambi di proprietà, allenatori e progetti tecnici. Abate, però, resta sempre una costante. Arriva anche a indossare la fascia da capitano e chiude la sua esperienza rossonera con 306 presenze e 3 gol, conquistando uno Scudetto e due Supercoppe italiane. Con la Nazionale colleziona inoltre 22 presenze e un gol, partecipando all’Europeo 2012, chiuso dall’Italia al secondo posto, e al Mondiale del 2014.
Nel 2019 lascia il Milan e, dopo un periodo senza squadra, decide di ritirarsi dal calcio giocato. Il legame con il club, però, non finisce lì. Nel 2021 torna a Milanello come allenatore dell’Under 16, portandola subito fino alla finale Scudetto. L’anno seguente viene promosso alla guida della Primavera, con cui raggiunge prima la semifinale e poi, nella stagione 2023/24, la finale di Youth League, persa contro l’Olympiacos.
Nel 2024 sceglie di lasciare il settore giovanile per affrontare la prima vera esperienza tra i professionisti e accetta la panchina della Ternana, appena retrocessa in Serie C. La stagione è particolare: la squadra resta ai vertici della classifica, ma Abate viene esonerato a febbraio, richiamato appena un giorno dopo e poi sollevato nuovamente dall’incarico ad aprile. Nel giugno 2025 arriva quindi la chiamata della Juve Stabia in Serie B. Anche qui il rendimento è positivo: nella stagione 2025/26 conduce le Vespe al settimo posto e ai playoff, fermandosi in semifinale.
La separazione dalla Juve Stabia apre però immediatamente una nuova opportunità. Nel giugno 2026 il Torino gli affida la prima squadra con un contratto fino al 2028, permettendogli di debuttare da allenatore in Serie A.
Verdetto della 20: fedeltà. Per un’intera generazione di tifosi, la numero 20 significa Ignazio Abate.
Hellas Verona v AC Milan - Serie A
Lucas Biglia: un solo anno con la 20
Dopo l’addio di Ignazio Abate, nell’estate 2019 la numero 20 passa a Lucas Biglia. L’argentino, però, non è un volto nuovo a Milanello: era arrivato già due anni prima dalla Lazio, nell’estate 2017, per una cifra importante e con il compito di diventare il regista del nuovo centrocampo rossonero. Fino a quel momento aveva indossato la numero 21, prima di cambiare maglia nell’ultima stagione della sua esperienza milanista.Il curriculum con cui si presenta al Milan è di assoluto livello. Dopo gli inizi tra Argentinos Juniors e Independiente, Biglia costruisce gran parte della propria reputazione in Belgio con l’Anderlecht, dove resta sette stagioni e conquista quattro campionati, una Coppa nazionale e diverse Supercoppe. Nel 2013 passa poi alla Lazio, diventando rapidamente uno dei punti fermi del centrocampo biancoceleste e, successivamente, anche capitano.
Proprio le stagioni nella Capitale convincono il Milan a investire su di lui. Biglia arriva nell’estate della grande rivoluzione societaria del 2017 per 17 milioni di euro più 3 di bonus, firmando un contratto triennale. L’idea è affidargli le chiavi della squadra grazie alla sua capacità di dettare i tempi, alla qualità nel primo passaggio e all’esperienza accumulata tra club e Nazionale.
Il rendimento, però, non sarà mai completamente all’altezza delle aspettative. Nella prima stagione trova comunque continuità e realizza anche il suo primo gol rossonero contro la SPAL, ma negli anni successivi il suo spazio diminuisce progressivamente. Gli infortuni incidono molto e l’affermazione di altri centrocampisti modifica le gerarchie, impedendogli di diventare quel riferimento stabile che il Milan aveva immaginato al momento dell’acquisto.
La stagione 2019/20, quella trascorsa con la numero 20, rappresenta ormai la parte finale della sua avventura. Biglia finisce ai margini e colleziona appena 14 presenze in Serie A. Complessivamente lascia il Milan dopo tre anni con 70 presenze e 2 gol in tutte le competizioni, numeri che fotografano una parentesi discreta ma lontana dall’impatto avuto precedentemente alla Lazio.
Nel frattempo resta comunque importante anche il suo percorso con l’Argentina. Biglia disputa 58 partite con l’Albiceleste ed è titolare nella fase decisiva del Mondiale 2014, giocando dal primo minuto anche la finale persa contro la Germania. Partecipa inoltre alle Copa América del 2015 e del 2016, entrambe concluse dall’Argentina al secondo posto, prima di lasciare la Nazionale dopo il Mondiale del 2018.
Scaduto il contratto con il Milan nell’estate 2020, prosegue la carriera in Turchia. Prima veste la maglia del Fatih Karagümrük, diventandone anche capitano, poi passa all’İstanbul Başakşehir. Rimasto svincolato nel 2023, annuncia ufficialmente il ritiro nel febbraio 2024.
La sua storia nel calcio, però, non termina lì. Biglia intraprende il percorso da allenatore, lavorando inizialmente nel settore giovanile del Milan e passando successivamente dall’Anderlecht. Nell’estate 2026 ritrova infine un vecchio compagno rossonero: entra infatti nello staff di Ignazio Abate al Torino come collaboratore tecnico, ruolo che ricopre tuttora.
Verdetto della 20: un ultimo capitolo in rossonero più che un nuovo inizio.
Pierre Kalulu: dalla scommessa allo Scudetto
Nell’estate 2020 la numero 20 passa a Pierre Kalulu, acquistato a titolo definitivo dal Lione. Il francese arriva praticamente senza esperienza nel calcio professionistico e rappresenta uno degli investimenti sui giovani di prospettiva portati avanti dal nuovo corso societario.All’inizio è quasi un oggetto misterioso. Terzino destro di formazione, viene utilizzato anche come centrale e proprio in quella posizione comincia progressivamente a sorprendere. Rapidità, aggressività e capacità di difendere in campo aperto lo rendono particolarmente adatto al sistema di Stefano Pioli.
La consacrazione arriva nella stagione 2021/22. Complice anche l’infortunio di Simon Kjær, Kalulu trova sempre più spazio al centro della difesa e forma con Fikayo Tomori una coppia giovane, veloce e aggressiva. Il suo contributo diventa fondamentale nella seconda parte della stagione, quella che porterà il Milan alla conquista del 19° Scudetto. È probabilmente quello il punto più alto della sua esperienza rossonera. Negli anni successivi mantiene un ruolo importante, ma viene frenato anche da diversi problemi fisici.
Con l’addio di Stefano Pioli e l’arrivo di Paulo Fonseca, nell’estate 2024 il Milan decide di cederlo in prestito alla Juventus. A Torino Kalulu ritrova rapidamente continuità e titolarità, convincendo poi il club bianconero a riscattarlo definitivamente. Ancora oggi è uno degli elementi più utilizzati della difesa juventina, anche nella Juventus di Luciano Spalletti.
Verdetto della 20: una scommessa diventata titolare e campione d’Italia, sulla quale il Milan ha forse smesso di puntare troppo presto.
Álex Jiménez: dalla cantera del Real al Milan, prima del passaggio in Premier
Dopo Kalulu, la numero 20 passa ad Álex Jiménez, laterale spagnolo cresciuto nel settore giovanile del Real Madrid. Arrivato al Milan nell’estate 2023 inizialmente in prestito con diritto di riscatto, viene inserito nella Primavera ma entra presto nel giro della prima squadra. Il debutto ufficiale arriva il 2 gennaio 2024 in Coppa Italia contro il Cagliari, mentre pochi mesi più tardi il club decide di acquistarlo a titolo definitivo.Nella stagione 2024/25 divide il proprio percorso tra prima squadra e Milan Futuro, mostrando soprattutto grande duttilità. Può infatti essere utilizzato su entrambe le fasce, sia da terzino sia qualche metro più avanti. Rapidità, aggressività e capacità di accompagnare l’azione gli permettono di ritagliarsi progressivamente spazio. Chiude la propria esperienza con la prima squadra del Milan con 34 presenze complessive: 26 in Serie A, 6 in Coppa Italia e 2 in Supercoppa italiana.
Nell’estate 2025 il rapporto con il nuovo allenatore Massimiliano Allegri si deteriora e il Milan decide di cederlo al Bournemouth in prestito con obbligo di riscatto. In Premier League lo spagnolo trova continuità e disputa una buona stagione, convincendo definitivamente il club inglese, che ne completa l’acquisto. La permanenza in Inghilterra, però, dura poco. Nel luglio 2026 Jiménez torna infatti in Serie A trasferendosi alla Fiorentina in prestito con diritto di riscatto, iniziando così una nuova esperienza italiana.
Verdetto della 20: giovane interessante, cresciuto rapidamente, ma senza il tempo necessario per legarsi davvero al numero.
Hutchinson raccoglie una 20 con tante identità diverse
Ed eccoci a Omari Hutchinson. Ed è forse proprio qui che la storia della numero 20 diventa interessante: a differenza della 22 o della 13, legate inevitabilmente a Kaká e Nesta, questa maglia non ha un solo padrone.Boban è stato il primo nell’era dei numeri fissi. Bierhoff l’ha portata nello Scudetto del Centenario. Seedorf l’ha vestita mentre cominciava a costruire la propria leggenda europea in rossonero. Abate l’ha resa sua per dieci anni. Kalulu, infine, l’ha indossata durante la cavalcata verso il diciannovesimo Scudetto.
Hutchinson raccoglie quindi un numero passato attraverso ruoli, epoche e giocatori completamente differenti. Non c’è un modello preciso da imitare e probabilmente è proprio questo il suo vantaggio: la 20 lascia spazio per costruire un’identità nuova.
Il suo compito sarà trasformare un numero dalla storia già molto ricca in qualcosa di personale. E, come accaduto per molti dei suoi predecessori, saranno il campo e il tempo a stabilire quale posto riuscirà a conquistare nella lunga storia della numero 20 del Milan.
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