Shevchenko compie 50 anni: "Il Milan è speciale. Il mio pensiero era di diventare importante per il club"
Andriy Shevchenko spegne oggi 50 candeline, portando con sé il bagaglio di una carriera semplicemente leggendaria. Con la maglia del Milan ha conquistato il mondo: una Champions League, uno Scudetto, una Supercoppa Europea, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e il prestigiosissimo Pallone d'Oro sollevato nel 2004.
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Milan, le parole di Shevchenko
Per celebrare questo traguardo anagrafico, l'ex attaccante ucraino si è raccontato ai microfoni di Sky Sport, ripercorrendo le tappe di un'avventura irripetibile.
Il viaggio del campione affonda le radici nella sua terra d'origine e nell'incontro con un maestro fondamentale per la sua maturazione. Ecco il suo ricordo degli esordi e del decisivo impatto di Valeriy Lobanovskyi: “Da bambino sognavo sempre di essere calciatore, prima ancora di giocare nel settore giovanile della Dinamo sono stato un grande tifoso della squadra. A Kiev mi ha cambiato la carriera Lobanovskij. Dall’inizio lui, appena diventato allenatore della Dinamo Kiev, ha voluto parlare con i calciatori. Mi ha dato un appuntamento nel suo ufficio e abbiamo fatto un'oretta di chiacchiere. È stato molto preciso su quello che si aspettava da me. Era un po' rigido quando parlava di certe cose, ma mi ha dato una direzione”.
L'arrivo in Italia segna la consacrazione definitiva. Il legame con i colori rossoneri diventa fin da subito viscerale, alimentato da uno spogliatoio di campioni e da un pubblico unico nel suo genere. Sull'impatto con il mondo milanista, Shevchenko non ha dubbi: “Soprattutto all'inizio della mia carriera, quando ho firmato per il Milan e sono venuto in Italia ho capito l’importanza di questo Club. Il mio legame col Milan è molto forte. Penso che ogni giocatore che ha giocato al Milan ha un legame speciale, che va oltre il solo essere ex giocatore. Chi ha giocato qua era abituato a vincere sempre, vincevi sempre. È un Club particolare, ma soprattutto ha dei tifosi che danno qualcosa di più. San Siro, la pressione, il pubblico, i tifosi... Fanno diventare questo club molto speciale”.
Dietro i successi in campo c'è stata l'influenza di grandi guide tecniche e un'ossessione maniacale per il miglioramento. L'attaccante ha voluto omaggiare gli allenatori che ne hanno segnato il percorso e spiegare la sua ferrea etica del lavoro: “Quando sono arrivato in Italia il mio primo allenatore era Zaccheroni, mi ha aiutato tantissimo ad inserirmi nel calcio italiano e ha cambiato il mio modo di pensare. Sicuramente con Carlo Ancelotti ho vinto tanto, ho tanta stima e simpatia per lui. Ho lavorato anche un po' con Mourinho, anche lui ha cose da cui apprendere. Ha vinto tante cose, mi piaceva il suo modo di lavorare. Sono tutti insieme... Ho fatto belle esperienze lavorando”.
“A me piaceva sempre riguardare le partite... Per migliorarmi riguardavo 2-3 volte le partite sempre. Il mio pensiero era di diventare importante per questo club e lasciare qualcosa nella storia di questo club. Questo era il mio obiettivo, non solo di giocare, vincere e divertirsi. Volevo lasciare qualcosa nel calcio, scrivere qualche piccola pagina su di me nella storia del calcio. Per diventare un giocatore importante nella storia del Milan tutti sanno che devi vincere la Champions League”.
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