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Gazzetta, Weah: "Il Milan è giovane, serve lavoro e pazienza. Ci vuole calma, ma tornerà grande"

Samuele Dello Monaco
Weah, in campo nella sfida organizzata da Infantino tra le glorie della MLS e le leggende italiane, ha rilasciato un'intervista alla Gazzetta

George Weah, indimenticato bomber del Milan e Pallone d'Oro 1995, è intervenuto sulle pagine de La Gazzetta dello Sport da New York. Nella metropoli americana l'ex attaccante ha partecipato a un match 7 contro 7 al Rocco B. Commisso Soccer Stadium, un evento organizzato dal presidente della FIFA Gianni Infantino che ha visto sfidarsi le vecchie glorie della MLS e le leggende italiane. Per celebrare i suoi trascorsi nel nostro campionato, Weah ha vestito la maglia azzurra numero 9 in una squadra stellare che includeva Baggio, Pirlo, Nesta, Ambrosini, Vieri, Pagliuca, Panucci, Zaccardo e Iaquinta.

Le parole di Weah

Ha ritrovato amici che con lei sono stati grandi campioni. Oggi l’Italia non è al Mondiale per la terza volta. Che effetto le fa?

“L’Italia è il paese del calcio. La vostra è una tradizione storica, la più grande. Ma il calcio, come tutti gli sport, funziona così. Ci sono i cicli. Non ho una spiegazione da dare sui motivi, ma so che ci sarà di nuovo una grande Italia”.

Sarà spettatore del Mondiale?

“Certo. Tiferò per il Brasile di Carlo Ancelotti, la squadra che amavo fin da quando ero bambino. E ovviamente per gli Stati Uniti di mio figlio Timothy: avrò il cuore diviso a metà”.

A proposito di cuore: cosa sta succedendo al suo Milan? In rossonero ha vinto due scudetti. Oggi la risalita ai vertici è molto faticosa.

“Come dicevo per la Nazionale italiana, il calcio è strano. Tutte le squadre si modificano, si evolvono. In generale è cambiato sicuramente il livello del campionato. Al Milan però resta una pressione enorme e va dato tempo ai giocatori di ambientarsi. Oggi c’è una squadra giovane a cui servono lavoro e tanta pazienza. Ci vuole calma, ma tornerà grande”.

Alla squadra del futuro servirebbe proprio un grandissimo centravanti…

“Quanto ho appena detto valeva in realtà anche per me. Sono arrivato al Milan a 28 anni, se fosse successo prima probabilmente non sarei stato pronto. Ho conosciuto San Siro dopo anni al Monaco e al Paris Saint Germain. Ero maturo e ho saputo cogliere l’opportunità. Altrimenti non so se ce l’avrei fatta. Questo dico agli italiani e a chi fa parte del vostro campionato: serve pazienza, dovete ammettere l’errore. Troppe volte vedo ragazzi messi in panchina dopo uno sbaglio. Ma non è così che funziona, va lasciato il tempo per lavorare e crescere. Non tutti nascono Lamine Yamal, non tutti sono subito fenomeni”.

Proprio il Milan e la Juve, ex squadra di Timothy, sono le delusioni del campionato: fuori dalla Champions. Perché?

“Ripeto: serve un sistema che faccia crescere, certi successi non nascono in un giorno ma derivano da un lungo processo. La fiducia è alla base di tutto: incoraggiate i vostri ragazzi, accompagnateli. È quello che ho cercato di fare con mio figlio Timothy: prima di entrare nel settore giovanile del Psg è stato per anni al Gottschee, qui a New York. Poi sono arrivati i grandi club. Per emergere occorre avere più di una chance, questa è una generazione di calciatori e ragazzi che può avere una mentalità diversa”.

Weah, in questi giorni è qui in America di passaggio. Lei vive nella sua Liberia, di cui per sei anni è stato il Presidente. Come è oggi la situazione nel Paese?

“Quando ero alla guida ho fatto tutto il possibile per promuovere stabilità a pace. La cosa che mi fa più felice è che ancora oggi all’interno del nostro paese non ci siano guerre”.

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