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Ariedo Braida torna a raccontarsi e lo fa con uno stile diretto, tra ricordi personali e aneddoti di mercato che hanno segnato un’epoca. Nell’intervista al Corriere della Sera, l’ex dirigente rossonero ripercorre i momenti chiave della sua esperienza, soffermandosi soprattutto sul legame con Adriano Galliani e sulle operazioni che hanno fatto la storia del Milan.
Braida racconta come l’incontro con Adriano Galliani abbia cambiato completamente il suo percorso: “La trasformazione è avvenuta quando ho conosciuto Adriano Galliani. Mi ha preso sotto la sua ala protettiva”. Un rapporto che va oltre il lavoro e che ha segnato l’inizio di una carriera dirigenziale di altissimo livello.
L’ex dirigente sottolinea anche un lato meno conosciuto del suo passato: “Ero il centravanti della squadra ma la sera preferivo andare a cena con i dirigenti”. Un approccio diverso già da calciatore, con uno sguardo rivolto al futuro e alla gestione, tanto da pensare anche a una carriera nella finanza.
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Tra i tanti episodi raccontati, spicca quello legato all’arrivo di Frank Rijkaard, una delle operazioni più movimentate della sua carriera: “I tifosi volevano fare irruzione nello stanzino sotto le tribune dove stavamo chiudendo il contratto con lo Sporting Lisbona”.
Il racconto si fa quasi cinematografico nel finale: “Scappai con i fogli firmati nelle mutande: una scena da serie su Netflix”. Un retroscena che rende perfettamente l’idea delle tensioni e delle pressioni di quei momenti, ma anche della determinazione nel portare a termine una trattativa diventata poi storica.
Braida individua con chiarezza una trattativa simbolo della sua carriera: “Forse l’affare Ancelotti perché all’inizio sembrava una trattativa in salita”. Un’operazione complessa, diventata poi una delle più significative nella storia del club.
Sui tanti campioni arrivati, l’ex dirigente non vuole fare classifiche: “Farei un torto a scegliere solo un giocatore. Sono arrivati Van Basten, Gullit, Sheva, Kakà”. E poi ci tiene a sfatare un luogo comune: “Tutti dicono che compravamo i migliori grazie alle risorse del presidente. Ma Kakà oppure Thiago Silva o Pato erano costati cifre normali. Non paragonabili ai numeri attuali: ora costerebbero 200 milioni”.
Tra i ricordi, c’è spazio anche per un affare sfumato che lascia ancora un po’ di amarezza: “Per Vialli sembrava tutto fatto, poi ci dissero che preferiva restare alla Samp perché a Milano non c’era il mare”. Un dettaglio quasi surreale, che racconta quanto nel mercato possano incidere anche fattori imprevedibili e personali, al di là degli accordi già impostati.
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