Milanisti Channel Serie A Allegri, c’eravamo tanto amati: dal Milan al Napoli, un calcio ancora al Max?

Allegri, c’eravamo tanto amati: dal Milan al Napoli, un calcio ancora al Max?

Francesco Montanino
Dall'amore per lo scudetto del 2011 alle feroci critiche l'anno scorso: Allegri di nuovo sulla strada del Milan, sarà il suo Napoli una delle avversarie per le posizione europee

C’eravamo tanto amati. Nel cuore e nella memoria dei tifosi rossoneri convivono sentimenti decisamente contrastanti quando si parla di Massimiliano Allegri. Da un lato, resta lo scudetto del 2011, l’ultimo dell’epopea berlusconiana. Dall’altro, c’è la ferita ancora sanguinante del quinto posto della passata stagione, maturato dopo aver accarezzato a lungo il sogno del ritorno in Champions League. Lo sciagurato finale di campionato e gli stracci volati al momento della separazione dal club hanno lasciato un segno tanto profondo da offuscare persino il ricordo del titolo conquistato quindici anni fa.

“Acciughina” è sbarcato poche settimane fa all’ombra del Vesuvio. O, per meglio dire, ci è tornato. A quasi trent’anni di distanza, il suo destino si è nuovamente incrociato con quello del Napoli. Non tutti sanno, infatti, che il buon Max indossò la maglia partenopea nella sciagurata stagione 1997-98. Un autentico incubo per i tifosi azzurri, che ricordano quell’annata per l’onta della retrocessione in Serie B: ultimo posto e appena 14 punti raccolti in 34 giornate. Allegri arrivò nel gennaio 1998 per volere di Giovanni Galeone, del quale era uno dei pupilli, ma il suo contributo alla causa si limitò a sette presenze senza reti. Un passaggio rapidamente dimenticato dalla tifoseria partenopea.

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Dal fallimento con il Milan alla panchina del Napoli

I rapporti si sarebbero inaspriti molti anni più tardi. Prima nel dicembre 2009, quando Allegri allenava il Cagliari e, durante un rocambolesco 3-3 contro il Napoli, fu raggiunto da una pallonata scagliata da un furibondo Lavezzi. Poi soprattutto negli anni trascorsi sulla panchina della Juventus, durante l’accesissimo duello a distanza con il Napoli di Sarri. Le sue ripetute frecciate al culto del bel gioco, condensate nella celebre espressione «chi vuole divertirsi vada al circo», furono interpretate all’ombra del Vesuvio come un attacco alla spettacolare proposta calcistica sarriana. Dichiarazioni che contribuirono ad attirargli l’antipatia di una parte consistente della tifoseria napoletana.

Le vie del calcio, però, sono talvolta davvero strane. E così accade ciò che, fino a qualche tempo fa, sarebbe apparso persino imponderabile: Massimiliano Allegri è l’allenatore del Napoli nell’anno del centenario. Aurelio De Laurentiis ha scelto proprio lui per raccogliere l’eredità di Antonio Conte. Un avvicendamento che inevitabilmente riporta alla memoria quanto accadde a Torino nell’estate del 2014, quando Allegri subentrò sulla panchina della Juventus allo stesso Conte e inaugurò uno dei cicli più vincenti della storia bianconera. Il presidente azzurro si augura evidentemente che la storia possa ripetersi anche all’ombra del Vesuvio.

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Ma fra il dire e il fare, come si suol dire, c’è il mare. Non semplicemente quello che separa Napoli dalla natia Livorno, quanto piuttosto una montagna ancora molto alta da scalare. L’inizio della stagione è stato tutt’altro che incoraggiante, anche se, a onor del vero, né il calendario né i numerosi infortuni stanno aiutando il nuovo allenatore. In rapida successione, il Napoli si è trovato ad affrontare Como, Inter e Arsenal, incassando tre sconfitte consecutive. Il sofferto successo contro il Bologna ha interrotto la serie negativa e concesso ad Allegri una prima boccata d’ossigeno, senza però cancellare i dubbi. Buona parte della piazza non aveva condiviso il suo ingaggio e le prime prestazioni, deludenti non soltanto nei risultati ma anche sul piano del gioco, hanno alimentato ulteriormente lo scetticismo.

Max è così finito immediatamente sulla graticola. Ma per lui non si tratta certo di una novità: tanto a Torino quanto a Milano è stato oggetto di discussioni e polemiche. Lui fa spallucce e tira dritto per la propria strada.

Qualche analogia fra il Milan della passata stagione e il Napoli attuale comincia tuttavia a intravedersi. In entrambi i casi, Allegri ha avuto inizialmente difficoltà a imprimere alla squadra un’identità offensiva ben definita. Il possesso appare spesso funzionale più alla gestione della partita che alla costruzione sistematica delle occasioni, mentre negli ultimi metri il peso della manovra finisce per ricadere soprattutto sull’iniziativa individuale dei calciatori di maggiore qualità. Al Milan erano Leão e Pulisic a dover accendere un attacco non sempre sostenuto da movimenti coordinati; a Napoli, l’onere della creazione grava principalmente su De Bruyne e Lobotka, in attesa del ritorno degli infortunati e di un maggiore coinvolgimento degli uomini offensivi. Un’altra somiglianza risiede nella tendenza delle squadre di Allegri a trovarsi maggiormente a proprio agio quando possono attendere e ripartire, piuttosto che quando sono costrette a governare il gioco contro avversari chiusi. Esiste però una differenza sostanziale. Il Milan aveva cominciato la stagione in maniera promettente, arrivando ad accarezzare obiettivi importanti prima di smarrirsi nella seconda parte del campionato. Il Napoli, invece, è partito fra esitazioni e sconfitte, ma dispone ancora del tempo necessario per invertire la rotta. Inoltre, gli azzurri devono fare i conti con gli impegni di Champions League e con un’emergenza infortuni che ha sottratto ad Allegri alcune pedine fondamentali. Sarebbe pertanto prematuro considerare il Napoli la semplice riproposizione del Milan dello scorso anno. Alcuni segnali, tuttavia, sembrano riconducibili alla medesima concezione calcistica: solidità prima dell’estetica, controllo dei rischi, fiducia nelle qualità individuali e capacità di modificare la partita attraverso le sostituzioni. Principi che accompagnano Allegri da sempre e che costituiscono, nel bene e nel male, il nucleo della sua filosofia.

L'idea di calcio di Allegri è ancora valida?

La domanda, a questo punto, è inevitabile: l’idea di calcio di Allegri è ancora valida oppure, come sostengono i suoi detrattori, appartiene ormai a un’altra epoca?

La risposta non può essere liquidata con un semplice sì o con un altrettanto categorico no. Alcuni principi sui quali Allegri ha costruito la propria carriera restano pienamente validi: equilibrio, attenzione alla fase difensiva, capacità di leggere i diversi momenti della partita e disponibilità ad adattare il sistema alle caratteristiche degli interpreti. Il calcio continua a premiare chi sa concedere poco, gestire la pressione e sfruttare gli errori degli avversari. Le difficoltà emergono quando la prudenza si trasforma in passività e la libertà concessa ai calciatori non viene sostenuta da meccanismi offensivi sufficientemente riconoscibili. Le squadre moderne di vertice non si limitano più ad aspettare il momento favorevole: cercano di provocarlo attraverso il pressing organizzato, l’occupazione razionale degli spazi e movimenti coordinati in fase di possesso. È proprio su questo terreno che il calcio di Allegri viene considerato meno evoluto rispetto a quello degli allenatori della nuova generazione.

Il verdetto, come sempre, spetterà al campo. Napoli rappresenta per Allegri non soltanto una nuova panchina, ma soprattutto l’occasione per dimostrare che la sua idea di calcio è ancora capace di evolversi e vincere. Se riuscirà nell’impresa, il traumatico epilogo della seconda esperienza milanista potrà essere considerato un doloroso incidente di percorso. Se invece dovessero ripresentarsi gli stessi limiti, il quinto posto della passata stagione assumerebbe inevitabilmente il significato di un preoccupante campanello d’allarme. I tifosi rossoneri osserveranno a distanza, divisi fra la gratitudine per lo scudetto del 2011 e la delusione per il fallimento più recente. C’eravamo tanto amati, certo. Ma il calcio non vive di nostalgia. Per tornare davvero “al Max”, Allegri dovrà dimostrare di saper ancora costruire il futuro, senza limitarsi a difendere il proprio illustre passato.

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