Milanisti Channel News Seba Rossi racconta Franco Baresi: "Lui era il mio maestro, un gigante, un grande esempio"

Seba Rossi racconta Franco Baresi: "Lui era il mio maestro, un gigante, un grande esempio"

Federico Iezzi
Rossi ha ricordato anche la prima partita di Coppa dei Campioni giocata con lo storico numero sei rossonero.

Una leggenda che racconta di una altra grande leggenda, da poco scomparsa. Seba Rossi, portiere del Milan degli Invincibili, ha raccontato di Franco Baresi, ha narrato e cercato di spiegare chi era il suo capitano, in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport.

Le parole di Seba Rossi in ricordo di Franco Baresi

La prima cosa che emerge dalle sue parole è la profonda, grande, tristezza per questa perdita: "Mi ha chiamato una radio e mi sono dovuto fermare perché sono scoppiato a piangere. Franco non c’è più, mi sembra impossibile, non faccio altro che pensare a lui. Ho sognato che eravamo in campo e ridevamo. Poi mi ha sorriso e mi ha detto: 'Ciao Seba, io devo andare'. Mi sono svegliato e mi sono messo a piangere". Quello che fa l'ex portiere è un racconto più personale e meno sportivo. Rossi era un grande amico di Baresi e parla forse più del lato umano che del calciatore: "Lui era un amico fraterno. Il mio maestro, una persona di cuore, mi è stato vicino, era un idolo, un esempio. Sembrano parole piene di retorica ma non lo sono, sono vere. Lui era il cuore del Milan. Umile, dolce, attento, trasmetteva serenità. Aveva sempre il sorriso, non l’ho mai visto senza. Sdrammatizzava tutto. A volte non riuscivi a capire, sembrava freddo e distaccato. Invece semplificava le cose difficili".

Spesso, inoltre, era il capitano a placare i bollenti spiriti dell'estremo difensore rossonero: "Io ero aggressivo con gli attaccanti. E lui mi diceva: "Seba, piano, rallenta, a volte fermati'. Aveva ragione: grazie ai suoi suggerimenti sono migliorato e ho fatto parate incredibili". Tutto il contrario del numero sei del Milan, sempre calmo, sempre composto, attento e ordinato: "C’è da dire che Franco non l’ho mai visto scontrarsi. Né con i compagni, né con gli avversari. Al massino discuteva perché si lamentavano per il suo braccio alzato. Lui sorrideva: 'e cosa faccio? Non posso tagliarmelo'".

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