Milan, Navarro: "Ecco come vorrei cambiare il calcio. Partitelle, regole e moduli, decidono tutto i ragazzi"
Nel calcio moderno, dominato da algoritmi, statistiche e tatticismi esasperati, esiste un allenatore che ha deciso di remare controcorrente. Si tratta di Sergio Navarro, l'uomo scelto dalla dirigenza rossonera per guidare il progetto del Milan Futuro. Il suo approccio al pallone è radicalmente diverso da quello dei colleghi: per il tecnico spagnolo, l'aspetto umano e psicologico supera di gran lunga la lavagna tattica.
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Milan, le parole di Sergio Navarro
In una lunga e affascinante intervista, l'allenatore del Milan Futuro ha svelato i segreti del suo metodo di lavoro, partendo proprio dalle motivazioni che lo hanno spinto ad accettare la corte del club di via Aldo Rossi. Una scelta dettata non dal blasone, ma dalla condivisione di una precisa filosofia societaria. Ecco il suo ricordo dei primi contatti: "In primavera mi ha chiamato Kirovski e mi ha colpito molto. Non ci conoscevamo ma diceva quello che dico io. Invece di parlarmi di vittorie e soldi, come fanno tutti, mi spiegava: 'Ho bisogno di un allenatore sensibile'. Non è stato il prestigio del Milan a convincermi ma la sua sensibilità".
Il perno centrale del suo credo calcistico è l'autodeterminazione dei giocatori. Navarro non impone rigidi schemi, ma spinge i suoi ragazzi a trovare le soluzioni in autonomia, delegando a loro le decisioni cruciali anche durante i match. Un approccio che spesso ha spiazzato gli addetti ai lavori: "Responsabilizzare il giocatore, perché in campo deve decidere da solo. Lo dice la scienza, non io: se ti senti protagonista, il tuo livello si alza. Al primo allenamento, un anno fa al Debrecen in Serie A ungherese, un giocatore mi ha chiesto: 'Come giochiamo?'. E io: 'Ah, non lo so'. Mi guardavano malissimo. In Spagna e in Ungheria qualcuno diceva che con me non si fa nulla, perché faccio fare tutto ai giocatori, ma è la mia strategia. E qui al Milan tutti mi hanno capito".
Questa gestione fortemente empatica ha introdotto dinamiche inedite all'interno del centro sportivo di Milanello. Il gruppo è chiamato a fare squadra in ogni momento, attraverso regole di convivenza molti originali, pensate per stimolare l'unione e la comunicazione: "Nelle partitelle, un gol non è valido se non si esulta tutti insieme. I ragazzi hanno scelto le regole di comportamento, le multe e i quattro capitani: hanno votato Ossola, Sala, Piermarini e Mancioppi. Nella hall di Milanello ho portato scacchi, carte e Forza 4: i ragazzi in quelle aree possono usare lo smartphone ma l'idea è che lo lascino da parte e giochino insieme".
I risultati di questo lavoro psicologico non tardano ad arrivare, specialmente sui profili più complessi da gestire. Il caso emblematico è quello della rinascita di Silvano Vos, talento ex Ajax che sembrava aver perso la bussola: "Ho parlato tanto con lui, ma mai di calcio. Solo della vita: cosa lo rende felice e cosa infelice. Lui si è aperto e ha cambiato il suo approccio. E' sempre puntuale, parla con tutti e sorride. Quando un giocatore sta bene, il talento si vede".
Guardando al domani, l'ambizione non manca. Il progetto del settore giovanile rossonero ha uno scopo ben preciso nella testa del mister. Interrogato sul suo sogno nel cassetto, la risposta è stata perentoria: "Sogno che questa squadra di Milan Futuro tra due anni sia il Milan".
La chiosa finale dell'intervista è un vero e proprio manifesto ideologico. Una lezione su come, alla fine, il calciomercato e la tecnologia contino fino a un certo punto rispetto all'anima di chi scende in campo: "Per me non è importante il 4-2-3-1 o il 4-4-1-1 e penso che i dati, che ora vanno di moda, siano complementari ma non centrali, perché un gps non misurerà mai l’umanità, non dirà mai se un giocatore è forte. Per quello, servono gli occhi, il feeling a pelle, l’opinione di altre persone. Alla fine, conta l’amore: fidarci l’uno dell’altro, perché solo se sei al sicuro rendi al massimo”.
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